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  • Dove non ho mai abitato

    Diretto da Paolo Franchi

    Data di uscita: 12-10-2017

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Paolo Franchi non è un regista particolarmente coccolato dalla critica e in generale dalla comunità cinefila (ci torna in mente il contestato premio a Isabella Ferrari per “E la chiamano estate” al Festival di Roma nel 2012), ma il suo breve percorso cinematografico ha sempre dimostrato coerenza stilistica e una buona capacità di catturare l’attenzione anche a livello internazionale (dal Tribeca ad Annecy, i suoi film hanno girato parecchio e non di rado conquistando riconoscimenti).

Con “Dove non ho mai abitato”, dal 12 ottobre al cinema, Paolo Franchi porta sullo schermo un dramma sentimental-borghese di livello medio (il regista lo definisce classico), per forma e contenuti: rapporti familiari freddi, personaggi resistenti alle passioni, svolgimento molto prevedibile. Eppure proprio la scrittura è uno degli aspetti che gli autori hanno curato di più: quattro autori per il soggetto (lo stesso Paolo Franchi affiancato da Mariolina Venezia, Roberto Scarpetti e Chiara Laudani), tre per la sceneggiatura (sempre Franchi con Rinaldo Rocco e Daniela Ceselli), due per i dialoghi (Franchi e Rocco). Una scrittura in bilico tra le frasette riempitive e gli spiegoni da soap opera, e un registro letterario (Franchi dice di guardare a Cechov e Henry James) che mette spesso in bocca ai personaggi versi troppo lunghi, stipati di troppi concetti.

“Dove non ho mai abitato” si affanna a dire tutto, e carica il racconto per immagini di sottolineature pesanti non necessarie. Soprattutto perché gli attori sono capaci, e basterebbero le loro interpretazioni (nel dirigerli Franchi se la cava piuttosto bene) a farci comprendere azioni ed emozioni di personaggi altrimenti abbastanza banali. Emmanuelle Devos dà alla sua Francesca la giusta ritrosia, mentre Fabrizio Gifuni, in una parte da protagonista che in pochi purtroppo gli affidano (anche qui, bravo Franchi) è come sempre molto preciso con mimica e recitazione vocale. Giulio Brogi ha, naturalmente, carisma e scioltezza, ma è penalizzato da un ruolo di padre rude-ma-di-buon-cuore davvero troppo stereotipato.

Restano una Torino affascinante illuminata dal direttore della fotografia Fabio Cianchetti (tra i collaboratori abituali di Bernardo Bertolucci), e le musiche calde di Pino Donaggio, alle quali avrebbe probabilmente giovato un utilizzo più ragionato (che non vuol dire per forza misurato), ma Franchi non ammette obiezioni né sottigliezze: «la colonna sonora è stata volutamente usata in senso melodrammatico». Prendere o lasciare.

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Contro

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