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Down: Vivere e morire a New Orleans

In occasione del concerto (strepitoso) dei Down in quel dell’Alcatraz di Milano, abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Jimmy Bower, batterista della band. Chitarrista degli storici EyeHateGod, batterista coi Down, session man per Crowbar e Corrosion Of Conformity, bassista, produttore e chi più ne ha più ne metta, Jimmy vive di e per la musica. Oltre ad essere una persona umile, disponibile e sempre sorridente. Ecco cosa ci ha raccontato nei venti minuti di conversazione che sono stati concessi a noi e ad una sorridente collega di un’altra testata…

Il progetto Down è molto particolare, e per una ragione o per l’altra avete pubblicato solo tre dischi. Possiamo comunque dire, a questo punto, che è diventata la vostra priorità?
Sì, abbiamo fatto una sorta di sondaggio tra di noi per decidere il futuro dei Down e quel che è venuto fuori è che è il nostro gruppo principale. Lo dimostra anche il lungo tour che abbiamo intrapreso per “Over The Under”. È una cosa che ci fa molto piacere, abbiamo sempre voluto che i Down fossero la nostra priorità, e ora che ci siamo riusciti ne siamo soddisfatti. Noi e i nostri fan!

Eh sì. Quindi possiamo aspettarci che il ritmo di uscita dei vostri dischi aumenti un po’?
Sicuramente! Sei contento?

Be’ sì, dopo tutto tu sei coinvolto in molti progetti…
Oh, anche Phil ne ha parecchi, fidati! (ride)

… e quindi, guardando al passato avresti mai pensato che i Down sarebbero arrivati fin qui?
Ho sempre saputo che come gruppo avevamo le potenzialità per fare questo e molto altro, nonostante tutte le sfortune che ci hanno colpito. Non ci siamo mai posti limiti o confini, ed è bello che ora possiamo permetterci di fare praticamente tutto quello che vogliamo, continuiamo a lavorare alla nostra musica, abbiamo fatto uscire un disco di cui siamo molto fieri… è una bella sensazione.

Qui in Europa, e lo vedrete anche stasera, i Down hanno moltissimi fan. E in America? Siete diventati qualcosa di grosso oppure vi muovete sempre nell’underground?
Be’, siamo ancora decisamente underground, anzi ti dirò che ci amano di più qui in Europa che in America. Intendiamoci, io sono fiero che i Down siano considerati una band underground!

Be’, è strano, in fondo i Down sono una band fortemente connotata in senso “americano”, sia come suono sia come tematiche, non credi?
Ti ringrazio, lo considero un complimento! Comunque credo che alla fine il motivo sia semplice: quando una band americana viene in Europa siete molto più eccitati, perché è considerato un evento particolare, e lo stesso accade quando una band europea viene da noi in America. Dev’essere il fascino dell’esotico!

Dopo l’uscita di “A Bustle In Your Hedgerow” e tutti i problemi fisici che ha avuto Phil c’è stata una lunga pausa in cui non si è saputo nulla di voi, e molta gente era convinta che i Down non esistessero più. E invece l’anno scorso è uscito “Over The Under”. Cosa è successo? Cosa ha convinto Phil e tutti voi a tornare sulle scene?
Dopo “A Bustle In Your Hedgerow” eravamo tutti in una condizione pietosa, ma abbiamo deciso di venirne fuori. Ci siamo disintossicati, aiutandoci a vicenda a venirne fuori…

Quindi ora siete puliti, tutti quanti?
Sì, completamente. È bello esserne fuori, davvero. È come se ti rendessi di nuovo conto di quello che ti accade, della tua vita. Dopo la disintossicazione Phil si è anche operato alla schiena, e alla fine stavamo tutti molto meglio. Poi be’, è successo quello che è successo a New Orleans, con Katrina e… be’, sapete anche voi di cosa sto parlando. Comunque posso dirvi una cosa: non ci è mai passato per la testa di chiudere coi Down. Sapevamo che prima o poi saremmo tornati in pista.

A questo proposito, e parlando di “Over The Under”… l’artwork e la copertina sono pieni di simboli alchemici ed esoterici. C’entra qualcosa con la vostra “rinascita”? È qualcosa che prendete sul serio, oppure ci scherzate anche un po’ su? Cosa c’è dietro?
Be’, è roba che ci piace e ci interessa. Poi ciascuno può interpretare quei simboli come vuole. Non è ovviamente da prendere tutto alla lettera, solo pensavamo che fossero immagini belle e significative. L’artwork è praticamente tutto opera di Pepper comunque.

Il tutto sembra molto legato anche al cambio di direzione della vostra vita. Voglio dire, ai tempi di Down II eravate pesantemente “sotto” con le droghe, e l’artwork del disco è grigio e minimale, mentre ora che ne siete fuori sembra quasi che abbiate intrapreso una direzione più… mi viene da dire “spirituale”, se vuoi.
Assolutamente! Ci è successo davvero di tutto negli ultimi anni. È iniziato tutto con l’omicidio di Scott Williams, poi anche Dimebag è stato ucciso, la mia ragazza è morta di overdose, è morta anche la mamma di Kirk, poi l’uragano… eravamo col morale a terra, ovviamente. Non dico che siamo diventati persone religiose o credenti, ma abbiamo preso coscienza di noi stessi… direi che “spirituali” è la parola giusta. Impari a fare attenzione a come tratti te stesso e gli altri.

“Over The Under” è stato molto apprezzato dalla critica. Tu cosa ne pensi?
Ne siamo fieri, credo che sia pieno di grandi canzoni e che soprattutto sia come un fiume di emozioni. Mi piace molto la produzione, come suoniamo, i testi di Phil…
[PAGEBREAK] Parliamo un po’ di te ora.
D’accordo! (ride)

Dicevamo prima che sei coinvolto in molti progetti, e anche in passato hai suonato in molte grandi band, come gli EyeHateGod…
In realtà, sono ancora coinvolto con loro!

Davvero? State anche scrivendo nuovo materiale?
Sì! Abbiamo già tre nuovi pezzi, probabilmente faremo uscire un EP, o magari un disco intero, tramite la label di Phil, la Housecore records. Ehi, ma non ti ho fatto finire la domanda!

Nessun problema, quel che ci hai detto è sufficientemente eccitante! Ma tornando a te… avendo così tanti progetti in ballo, riesci a vivere di musica?
A volte ci riesco, non sempre comunque, a volte i soldi ci sono e a volte no, ma anche quando devo fare altro per integrare non è un problema, non ho paura di lavorare! Ultimamente comunque le cose vanno abbastanza bene, mi piace molto il mio lavoro di produttore, sto pensando di riformare anche alcuni vecchi progetti come i Mystic Krew Of Clearlight, quindi al momento direi che riesco a vivere di musica. Non che io navighi nell’oro comunque, altrimenti non andrei in giro coi pantaloni macchiati di sugo! (ride)

Come definiresti il suono dei Down?
Heavy blues. Ci hanno appiciccato addosso un sacco di etichette, sludge, stoner rock, rock ‘n’ roll… io penso che “heavy blues” sia la definizione perfetta. Voi cosa dite?

Che ne dici di “i Black Sabbath nella palude”?
Oh, mi piace!

Fin dall’inizio avete sempre avuto un rapporto speciale coi vostri fan, basta vedere in che modo “Nola” si è diffuso nell’underground. Come mai, secondo te?
Be’, alla fine siamo persone anche noi, no? Ai tempi di “Nola” avevamo registrato qualche demo, se non ricordo male le prime canzoni che abbiamo registrato sono state “Temptation’s Wings”, “Losing All” e “Bury Me In Smoke”. Poi siamo andati in tour, ciascuno con le nostre band: Corrosion Of Conformity, Pantera, Crowbar… e abbiamo regalato in giro qualcuno dei nostri demo, per farci conoscere e sapere cosa ne pensasse la gente. Volevamo vedere fin dove potessimo arrivare. E siamo arrivati lontano! Addirittura prima che uscisse “Nola” c’era gente in Europa che ci fermava alla fine dei concerti per dirci “dovete fare uscire il disco dei Down”! Non sottovalutate il potere dell’underground! Amiamo i nostri fan, perché in fondo siamo fan anche noi.

Tu sei un musicista decisamente eclettico, hai suonato chitarra, basso, batteria…
… violoncello! No, be’, il violoncello no.

Non ancora! Ma comunque, come sei arrivato alla musica?
Sono un musicista istintivo. Nasco come batterista, figurati che la chitarra l’ho presa in mano per la prima volta due mesi prima di registrare il primo disco degli EyeHateGod! Non ho mai suonato nulla di particolarmente complesso, cerco solo di mettere tutta la passione del mondo in quel che faccio.

Se dovessi elencare le tue influenze principali, non per forza provenienti dal mondo della musica?
Oh, potrei andare avanti per ore. Black Sabbath e Led Zeppelin, la città di New Orleans, i miei genitori che mi hanno sempre sostenuto, i miei amici…

E se dovessi fare tre nomi, un chitarrista, un batterista e un bassista?
Per il basso dico Berry Oakley, il bassista degli Allman Brothers. Per la chitarra senza dubbio King Buzzo dei Melvins. Per la batteria sono indeciso tra Bill Ward e John Bonham.

Prima hai citato New Orleans. Cosa significa per te venire da quella città?
Be’, la cosa ha assunto un significato particolare dopo l’uragano. Abbiamo tutti perso qualcosa: chi un amico, chi la casa, chi tutto quanto. La cultura della città è stata quasi distrutta. Eravamo sommersi da energie negative, e abbiamo usato la musica come terapia per trasformare la negatività in positività. Ecco cosa significa “Over The Under”: nella vita puoi andare su o giù, e dopo tutto quello che ci era successo abbiamo deciso che era giunto il momento di tornare su. Non volevamo dimenticare nulla, solo riuscire ad assorbire il colpo e stare di nuovo bene. Chiuderci dentro il fienile di Phil a registrare è stato il modo migliore per rimetterci in sesto. Volevamo assolutamente scrivere questo disco, è stata la migliore terapia possibile.

A questo punto la conversazione diventa molto più informale. Jimmy ci parla della cover di “When The Levee Breaks” che hanno suonato di recente in uno show per la BBC, poi nota il registratore decisamente vintage che il sottoscritto sta usando per l’intervista e inizia a raccontare di quando anche loro lo usavano per registrare i demo dei Down. Iniziamo a parlare di musica vecchia e nuova, gli chiediamo cosa gli piaccia ascoltare in questo periodo (“Roba lenta e tranquilla, e molto country. Sto invecchiando!”, è la risposta), ci facciamo raccontare del bar di Pepper che serve come punto di incontro per i ragazzi della band e la scena di New Orleans… saremmo andati avanti ancora delle ore, perché è un piacere ascoltare i racconti di un uomo che ha fatto la storia della musica pesante degli ultimi quindici anni, ma il tempo è tiranno, e veniamo invitati a chiudere con le domande.
In attesa di quello che ci aspetta di lì a poche ore…

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