Home > Report Live > Dr. Hughes & Mr. Funk

Dr. Hughes & Mr. Funk

Non è il solito Glenn a riscaldare il Musicdrome questa sera: il dottor Hughes ha preferito infatti mandare sul palco il suo alter-ego Mr. Funk, come era peraltro prevedibile alla luce dei contenuti di
“First Underground Nuclear Kitchen”, un album volutamente funky nei cui brani il sempreverde Glenn ha trasfuso tutta la sua (malcelata) ammirazione per Stevie Wonder. E dal momento che il disco si apre con “Crave”, è giusto che proprio a questo brano spetti il diritto di dare il via alle danze, nel senso più stretto del termine. Circondatosi da una band più improntata all’efficacia che al virtuosismo, in cui brillano per la loro presenza il figliol prodigo JJ Marsh ed il giovanissimo Luis Maldonado alle chitarre, il nostro Mr. Funk da un significato al termine “promozione del nuovo disco” facendo seguire sequenzialmente a “Crave” altri 3 estratti dal summenzionato “F.U.N.K”: la title-track, “Never Say Never” e “Oil And Water”. La commistione di funk e soul che possiamo ascoltare su disco viene su palco catalizzata da un’indole rock mai sopita, che rende il tutto ben più digeribile e dinamico: se nelle versioni in studio spesso e volentieri sembra di ascoltare la colonna sonora di un filmetto porno anni ’70, sul palco quegli stessi brani prendono letteralmente vita. Grazie al cielo comunque Mr. Funk si ricorda di essere anche “the voice of rock”, e lo rammenta anche agli spettatori con una infuocata “Mistreated”, stemperata nel prolungato finale con una serie di vocalizzi che fanno tanto “black” tanto impressionanti da un punto di vista tecnico quanto fuori luogo nell’economia del brano dei Purple. La cucina nucleare sotterranea torna a spadroneggiare la set-list con “We Shall Be Free” e “Love Communion”, che si alternano a pezzi meno recenti tra cui vale la pena citare “We Got Soul” e “Steppin’On”, che chiude il main-set. Pochi minuti e di nuovo tutti sul palco per gli ancore con una movimentata “Soul Mover” e con l’immancabile, esaltante “Burn”. Che dire, probabilmente non è stato il miglior show di cui si sia reso protagonista il caro, vecchio Glenn: la decisione di presentare uno spettacolo a forti tinte funk è rispettabile, ma non per questo condivisibile. Da questo punto di vista, funk per funk avremmo fatto volentieri a meno delle due Purple-tracks: oramai sono sempre quelle (ma se lo ricorderà il buon Hughes di aver cantato anche su “Come Taste The Band”?), e anche il pubblico ha più volte reclamato, senza purtroppo grande successo, piccole gemme come “Gettin’Tighter” e “You Keep On Movin”. Al netto di tutto ciò, comunque, resta l’enorme rispetto per la voce, davvero divina, proveniente dai polmoni di quest’uomo. E, al giorno d’oggi, non è davvero poco.

Scroll To Top