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Draconian Love Metal

Questa serata all’Alcatraz ha un colore ben definito, ed è ovviamente il nero. Nero con accenni di rosa per i romantici sentimentali che indossano magliette raffiguranti l’inconfondibile heartagram, e nero come la pece, forse con qualche occulta sfumatura blu, per i pochi supporter dei pionieri del Goth Metal, i Paradise Lost. Questi ultimi, con un approccio alla musica quasi in antitesi rispetto a quello degli headliner finlandesi, hanno infatti accettato (con un sorriso a denti stretti) di condividere un tour europeo destinato in questa tappa a riempire uno dei locali cittadini di maggiore tendenza. L’Alcatraz non registra il sold-out, ma una folla di tutto rispetto fa ben sperare sull’accoglienza che verrà riservata ai musicisti in alternarsi sulla scena.

Ed è infatti un boato ad accogliere l’ingresso sul palco del noto combo inglese che meno di sei mesi fa calcava le stesse scene milanesi da headliner, ma a cui questa sera viene dato il compito di scaldare gli animi dei più sdolcinati love metaller nell’audience. “The Enemy” è la prima rappresentante di un album, “In Requiem”, che ha segnato il loro ritorno alle origini con riff metal lenti e pesanti. L’immobile Nick Holmes fa il suo dovere e abbozza persino velleità di frontman completo offrendo il microfono al suo pubblico (chi conosce il biondo vocalist di Bradford saprà quanto questi gesti siano rari!), mentre Greg McKintosh alla chitarra solista esibisce un furioso headbanging anche durante i pezzi più melodici come “One Second” e “So Much Is Lost”. I Paradise Lost ci lasciano portandosi dietro i cori di “Say Just Words”, e un bagaglio di sano ed onesto intrattenimento che forse poco ha a che spartire con ciò che seguirà.

Entusiasti minorenni e piccole incredule dark ladies si stropicciano gli occhi quando, avvolto dalla sua tipica nuvoletta di fumo, Ville Valo mette piede sullo stage. Il suo stage. Difficile distogliere lo sguardo dalla sua figura asciutta mentre intona il ritornello di “Passion’s Killing Floor”. Nei riff di Mikko Lindstrom c’è profumo di Tony Iommi, anche se solo appena accennato, ma chi ci fa caso? Ciò che importa è che sul palco ci sia l’uomo dagli occhi di ghiaccio, il resto conta poco. Con undici anni di carriera alle spalle compilare la scaletta non deve essere un problema, ma contrariamente alle aspettative la set list è costellata da singoli di grande successo: “Wicked Game”, “Poison Girl”, “Join Me” vengono scandite dalle ugole degli astanti senza interruzioni. La batteria di Mika Karppinen, delimitata da pannelli di plexiglass, sembra programmata su un costante quattro quarti, ma poco male. L’uomo dall’eleganza imperfetta di un frac abbinato ad un paio di jeans è sempre sul palco e tutti gli sguardi sono per lui. La lunghissima “Sleepwalking Past Hope” finalmente dà modo alla band di dimostrare il proprio valore e al cantante di raggiungere tonalità bassissime in perfetto stile personale. Purtroppo il bassista non si sente, ma è davvero importante? L’immancabile cappellino di lana è sempre calato sulla fronte di Mr. Valo.
E siamo agli sgoccioli, la scaletta recita “666″ e il pubblico impazzisce. Le sue liriche su amore e morte si snodano lungo tutta la durata della composizione, che è ormai diventata un classico del suo genere. La vera conclusione è invece affidata a “Funeral Of Hearts” e al tipico ansimare di un Ville Valo che mai si scompone di fronte alle manifestazioni di isteria di fronte a lui. Su disco gli HIM hanno più compattezza dei suoni e più spessore, mentre dal vivo non tutti questi elementi possono dirsi riconfermati. Viene dato più spazio al cuore che al metodo nella proposta di Sua Maestà Infernale, ma dobbiamo veramente preoccuparci? …La nuvoletta di fumo è ancora sul palco quando il trentunenne di Helsinki scompare dietro le quinte. C’era qualcun altro con lui?

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