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  • Drastique: Pleasureligion

    Drastique

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Beauty was born in hell

“Benvenuto Signore!”
Così ci accoglie l’elegante figura di fronte all’imponente ingresso del teatro. Un uomo truccato, un giovane uomo dallo sguardo profondo e inquietante.
“Prego, accomodatevi, lo spettacolo sta per iniziare” e ci fa cenno di entrare.
È la seconda volta che assistiamo a una rappresentazione del genere, abbiamo avuto la stessa travagliata esperienza con “Ladri di Baci” ormai anni orsono. Abbiamo atteso con ansia il nuovo evento, più volte annunciato ma sempre rimasto aleatoriamente indefinito, nebuloso, come a lui perfettamente si addice.
Giunto, dopo tanta attesa, l’agognato momento, varchiamo l’ampio ingresso: grandi arcate e diverse sale, scale che salgono e che scendono, dolci fanciulle che indirizzano gli spettatori alla loro poltrona. Non facciamo nemmeno in tempo a guardarci intorno che ci ritroviamo ai posti assegnatici, e lo spettacolo ha inizio, senza alcun preambolo.
Nonostante ciò, non c’è alcuna difficoltà a riprendere il filo che avevamo lasciato. Presenze femminili alternate a quelle di orribili demoni, influenze stavaganti, in alcuni passaggi persino arabeggianti, sogni e incubi, costruzioni barocche presto distrutte da sfuriate implacabili, illustri citazioni letterarie e musicali. Ecco quanto i primi effervescenti minuti portano alla mente. Certo, non sono visioni cristalline, ma non lo è nemmeno quanto succede sul palco. Vediamo di focalizzare meglio.
L’inizio è molto acceso, come usuale per tutte le opere. Ci sono diversi attori in scena: uomini, donne e vampiri. I loro testi, come già detto, citano molti autori famosi, ma nei momenti più intensi sono declamati con soave efficacia. Riportandone alcuni, i più riconoscibili, si possono nominare Dante Alighieri, William Blake e Samuel Taylor Coleridge. Il proseguio dello spettacolo continua a portare in scena demoni e fanciulle, spesso sotto forma di scontri violenti, sottolineati dal background musicale. Quello che muove le fila del racconto è, come spesso accade, una ricerca. Questa volta si tratta della ricerca del piacere come religione, una sorta di culto pagano, che certo al primo approccio potrebbe attirare le facili attenzioni di chiunque.
Questa stessa ricerca si estende all’aspetto musicale dell’opera, continuamente tendente a una stabilità che non sempre trova, talvolta a causa della troppa foga con cui si affanna a cercarla. Estremamente destabilizzante, in questo contesto, è la malata cover di “Maria Magdalena”, famosa canzonetta ultra-pop degli anni ’80, by Sandra.
Giunti al termine dell’esibizione, attesa ovviamente anche la ghost track di rito, non c’è di che lamentarsi sul godimento provocato dall’apparato ideologico e concettuale targato Drastique. Una gestazione di cinque anni ha portato a un’opera intensa e molto personale, come usuale e prevedibile, anche se la stessa attesa, forse divenuta spasmodica, e la breve durata della rappresentazione, lasciano quasi inappagato il desiderio di piacere. Buon proseguimento su questa strada a Chris Buchman e soci.

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