Home > Recensioni > Dream Theater: Awake

Introverso con carattere

Il successore di “Images And Words” – non sono molti gli album pubblicati negli anni ’90 ad aver avuto un’eredità così pesante. Analogamente, poche band, raggiunto il successo con un determinato format artistico, hanno rischiato nel modo in cui hanno fatto i Dream Theater all’epoca di “Awake”. Un album che, tenendo ferme le fondamenta essenziali del DT-sound (unione progressiva e metallara), a suo modo rimescolava le carte che avevano garantito alla band newyorkese un poker d’assi nell’allora vicino 1992, proiettando i Nostri in una dimensione fatta di un songwriting intricato, complicato, quasi maniacalmente curato e di atmosfere cupe, frammentate, per loro mai così heavy. Dimensione intrigante sì, piena però anche di interrogativi e incognite che più di una volta avranno fatto preoccupare il management della band. D’altra parte è verosimile che la qualità assoluta, prima di “venire fuori”, pretende un po’ di voglia di rischiare e creare…
…Che i Dream Theater dei tempi probabilmente avevano, lo dimostrano le undici tracce di “Awake”, roba che nonostante continuasse ad assestarsi su livelli qualitativi degni di nota, nel non tanto lontano 1994 andò di traverso a tutti quelli che si aspettavano un “Images And Words Pt.2″ senza tanti compromessi. Questo lavoro fu quindi accolto non certo nel modo in cui avrebbe meritato, inizialmente sicuramente sottovalutato, salvo poi prendersi la sua meritata rivincita col passare del tempo.
Come anticipato più su, questo è un platter fatto di atmosfere “pesanti” a tratti frammentate e quasi claustrofobiche, dove il feeling abbonda, sebbene la melodia (comunque presente in tracce come “Innocence Faded”, o “Lifting Shadows Off A Dream”) sia più timida che in qualunque altra pubblicazione dei teatranti, e l’aspetto heavy dell’opera appaia più deciso che in passato, tanto che risulta a volte debitore, con le dovute cautele, del sound dei Pantera.
Prove di quanto detto possono trovarsi in “6.00″, introdotta da un ottimo fill di batteria ad opera dell’ormai celeberrimo Mike Portnoy, “Erotomania”(acrobatica), “Voices” (intima e tormentata) unite alla ballata acustica “The Silent Man” (che insieme a “Erotomania” e “Voices” forma un trittico che prende il titolo di “A Mind Beside Itself”). Non bisogna poi dimenticare la coppia “The Mirror” – “Lie”: due canzoni che anche ascoltate oggi “suonano” ancora attuali. Soprattutto “Lie”, che all’epoca fu il singolo apripista scelto per l’album, avrebbe le carte in regola per fare ancora oggi parte delle programmazioni delle Radio Rock americane – vuoi per i riff e la chitarra a sette corde o per quella strofa sincopata che interviene attorno ai due minuti.
Nota non del tutto marginale: questo è l’ultimo album del Dream Theater con in formazione Kevin Moore, un po’ l’anima romantica e introspettiva del gruppo, che comunque lasciò in eredità a questo disco e alla band canzoni come “6.00″ e “Space Dye-Vest”, probabilmente due delle migliori composizioni di sempre dei Dream Theater.

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