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Il Prog Metal di successo

Un disco che benché inventasse meno di quello che all’epoca si sia pensato (alla fine, approssimando per brevità, la proposta del gruppo rimane un mix di esperienza progressiva degli anni ’70 e metal degli 80ies che non modificava radicalmente quanto già proposto da altre band,qualche tempo prima), e per meriti più commerciali che storico-anagrafici, ha spianato la strada a tutto il movimento del “prog metal anni ’90″. Inutile, comunque, non riconoscerne la sfacciata dignità artistica, fatta di classe strumentale, ottimo songwriting e melodie azzeccate.
“Images And Words”, secondo capitolo discografico della band, segnava due determinanti avvenimenti per i Dream Theater. Il primo: il debutto al microfono di James Labrie, che faceva compiere un certo salto di qualità alla band, visto il suo “non così brillante” predecessore, Charlie Dominici (la timbrica del quale in parte caratterizzò e in parte compromise il debutto del combo americano, “When Dream And Day Unite”); il secondo, altro debutto: della stessa band per l’Atlantic Records, major discografica che semplificò ai Nostri la via per il successo, mettendoli in condizioni di lavoro ottimali e garantendo loro la dovuta promozione. Non che i Dream Theater non meritassero tutte queste attenzioni, la qualità nella loro proposta musicale c’era, l’abilità strumentale pure, e non mancava nemmeno qualche episodio più ruffiano – si pensi a canzoni come “Another Day” o “Surrounded”, la prima delle due scritta proprio con l’idea di creare un pezzo che un network come MTV potesse passare senza troppi timori. Spiccavano inoltre i preziosi momenti introspettivi, opera essenzialmente di Kevin Moore, rappresentati da una canzone come “Wait For Sleep”.
Ma è negli up-tempo elettrici che la band dava il meglio di sé, ed è ad essi che ha legato la sua fama, tra linee ritmiche da rompicapo tenute su onnipresenti tempi composti, eleganti progressioni armoniche, spettacolari unisoni chitarra-tastiere e le giuste linee melodiche vocali a condire il tutto: “Pull Me Under”, “Take The Time” o “Under A Glass Moon” costituiscono le dimostrazioni di quanto detto. Discorso a parte per “Metropolis Pt.1: The Miracle And Sleeper”, una se non forse la miglior canzone mai composta dal combo nordamericano (al cui sequel, non a caso, la band ha dedicato addirittura un album intero, “Metropolis Pt.2: Scenes From A Memory” del 1999), e “Learning To Live”, la suite che nei suoi 11 minuti riassume in modo neanche tanto sintetico le sfaccettature del DT Standard Sound, due composizioni che risultano essere le più efficaci rappresentazioni sonore dei Theater di questo periodo.
Attraverso queste canzoni la band dava sfoggio di sé, delle proprie capacità, e senza timore di esagerare si può dire che a torto o a ragione impressionò il mondo intero. Attorno ad essa si costituì una vera e propria mitologia, ad alimentare la quale anche le ottime esibizioni live della band (“Live At The Marquee”). Se ci mettessimo ad analizzare i motivi per i quali il polverone alzato dalla band newyorkese fosse o no pienamente giustificato non basterebbero 1000 pagine, ma il dato di fatto è che i Dream Theater dimostravano di non essere band da sottovalutare, di avere gli attributi giusti e di star compiendo un cammino invidiabile da tantissimi;. Tutto il resto, nel bene come nel male, è speculazione degli eccessi ancora non giunta, né probabilmente mai giungerà), a conclusione sintetica e definitiva. L’ottimo, al solito, starà nuovamente da qualche parte nel mezzo.

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