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  • Dream Theater: Metropolis Pt.2: Scenes From A Memory

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Images & Words pt. II

1999: “Scenes from A Memory” è il sequel della “Metropolis Pt.1: The Miracle and the Sleeper” presente su “Images And Words”, e rappresenta per i Dream Theater un’occasione di riscatto della loro credibilità, indebolitasi in maniera se non altro preoccupante dopo “Falling Into Infinity”, un lavoro che aveva portato il combo americano fuori dai sentieri percorsi fino a quel momento nel tentativo di offrire qualcosa di nuovo, accolto però malamente dal pubblico.
Un cambio di strumentazione e un avvicendamento in formazione, fuori Sherinian e dentro Rudess (già con Portnoy e Petrucci nei Liquid Tension Experiment), hanno preparato il terreno a un disco che rilegge e potenzialmente arricchisce alcuni degli stilemi di “Images And Words”, probabilmente l’album più popolare dei teatranti, sfruttando le esperienze fatte dagli stessi tra il 1992 e il 1999. È dunque possibile scorgere citazioni di melodie e riff della canzone che dà il titolo a questo lavoro (cfr. “Overture 1928″, dove una chitarra va ad interpretare la linea vocale che chiudeva “Metropolis Pt.1″, mentre sempre di quest’ultima canzone, in “Home”, viene citato uno dei riff principali) e la stessa inclinazione per ambientazioni meno frammentate rispetto a “Awake”, ma più vicine al metal rispetto a “Falling Into Infinity”. Non possono però essere tralasciate fughe strumentali che tanto sanno di Liquid Tension (le sezioni strumentali eccessivamente prolisse di “Fatal Tragedy” o “Beyond This Life” e l’ermetico ma validissimo pezzo strumentale “The Dance Of Eternity”), e melodie che potrebbero essere accostate ai Mullmuzzler (“One Last Time”), il progetto solista del cantante della band, James Labrie – tutto ciò aggiorna lo stile della band, pur non a rivoluzionandolo, e i fan rigraziarono.
“Scenes from A Memory” tiene presente il passato (e proprio da qui si muoveranno molte delle critiche rivolte all’album), ma sfoggia un songwriting invidiabile, le prove più chiare di ciò sono racchiuse in “Overture 1928″/”Strange Deja-Vu”, che insieme costituiscono un efficacissimo ponte tra le immagini e le parole di una volta e le scene dalla memoria dell’oggi, oppure in “Home”, senz’altro uno dei migliori pezzi del lotto, dominata da un mood sinistro e nebuloso. Parlando di songwriting come non citare il flavour bluesy della ballata dall’anima Gospel (in studio celata, nella versione live esplicata invece in tutta la sua essenza tramite l’impiego di un vero e proprio coro) “The Spirit Carries One”, o il prog rock dalle tinte inquiete di “Finally Free”, pezzo che mette la parola fine a musica e concept lirico.
Proprio quest’ultimo crea le maggiori perplessità: l’impressione di troppa superficialità nella trattazione degli argomenti cardine dell’intreccio (che non svelo per non rovinare la lettura a quanti di voi dovessero ancora cimentarsi) e un finale davvero buttato giù in fretta (o perché non si sapeva come far finire l’intreccio narrativo o, ancor peggio, per cercare di fare sensazione chiudendo il tutto con un becero colpo di scena), sono due appunti che ci sentiamo di fare e che sicuramente incidono sul giudizio complessivo del disco. In ogni concept che si rispetti, aspetto musicale e lirico devono andare di pari passo ed essere giudicati come coppia: altrimenti che senso averebbe fare “un concept”?.
In definitiva: un album buono, gradevole e tecnico, che inventa poco o nulla e cita, ricolorando parzialmente, il passato dei Dream Theater, i quali non deludono il proprio pubblico regalando (ruffianamente?) una versione di quello che l’audience stessa voleva da tempo.
Insomma, è buona musica, ma ruffiana.

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