Home > Recensioni > Dream Theater: Octavarium

Il ritorno della melodia, non della salute

“Octavarium”, l’ottava prova in studio dei newyorkesi Dream Theater,, cambiava un po’ le carte in tavola rispetto ai suoi ascendenti più prossimi, e non mancò di genere in un primo tempo facili entusiasmi,e, più avanti, un’ondata di ripensamenti e di revisioni critiche – atteggiamenti peraltro tipici di ogni sucita dei teatranti. Ma “Octavarium” non meritava di essere buttato via, soprattutto non alla luce delle ultime prove discografiche della band.
Rimescolamento, dicevamo, operato in primo luogo grazie a una più accentuata vena melodica, sebbene non si rinunciasse in toto ai riff cattivi tipici di Train of Thoughts (vedi “Panick Attack”, che è una delle canzoni più efferate che la band abbia mai dato alle stampe, che non rinuncia nemmeno a un break centrale in pieno Iron Maiden style). Facile notare anche un’attitudine generale che alle acrobazie strumentali meramente formali preferisce classe e sostanza (cfr. l’assolo di Petrucci di “These Walls”). Una maggior immediatezza che, peraltro, trova la sua manifestazione più eclatante e nella iper-criticata, U2-oriented “I Walk Beside You”.
È tuttavia sul finale che Octavarium giocava i suoi assi nella manica: due pezzi posti in chiusura che da soli rappresentano quasi metà del disco in termini di minutaggio, due canzoni che potevano essere senz’altro annoverate tra le migliori prove degli ultimi Dream Theater.
Facile infatti farsi intrigare dall’atmosfera liquida della prima metà di “Sacrified Sons”, preludio di una parte elettrica nella quale la band sembra tornata allo stato di forma di un tempo, riuscendo così ad evitare il dubbio che un certo pezzo avrebbe potuto anche finire quattro o cinque minuti prima, senza che il livello qualitativo ne risentisse granché. La conclusiva title track è invece un climax ascendente che in 25 minuti porta dalla psichedelia made in Pink Floyd dell’introduzione, alle consuete ambientazioni elettriche, sufficientemente ispirate, equilibrate ed essenziali all’economia del pezzo – una canzone comunque interessante, sebbene un po’ sfilacciata e tutto sommato poco omogenea, che anche per questo non faceva gridare al miracolo.
Il bilancio poteva comunque ritenersi chiuso in utile: le ragioni? Sicuramente un’ispirazione più generosa, applicata, forse, a territori espressivi che permettono alla band di ritrovare un più naturale contesto artistico. I Dream Theater avevano composto canzoni che seppur a tratti ancora piuttosto derivative, scorrevano via senza impaccio, easy e melodiche, o heavy e schizzate, ritagliando anche spazio per far attecchire quel carisma e quell’emozione che sembravano definitivamente persi. Il che, non sarà gran cosa in sé ma inserita in un contesto di una band che da svariati anni appariva in crisi d’identità – nonostante i sempre più incoraggianti risultati commerciali – non era cosa da sottovalutare.

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