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Dream Theater: Portnoy allo specchio

Vendono sempre di più e convincono sempre meno. Chi? I Dream Theater di Mike Portnoy, che, in occasione dell’uscita del decimo album in studio della band, ci dice la sua su alcuni elementi salienti, saliti alla ribalta negli ultimi anni a proposito del gruppo newyorkese.
Ma prima di tutto, precedenza a “Black Clouds And Silver Linings”

Ciao Mike, prima di tutto parlaci del vostro nuovo lavoro.
Credo sia un disco che racchiuda tutti gli elementi dei Dream Theater classici.
Il nuovo disco è fatto di brani epici, di canzoni ed elementi classici dello stile Dream Theater – quei brani che credo siano i preferiti dei nostri fan, ovvero le canzoni più lunghe come “Metropolis”, “Learning To Live”, “The Presence Of Enemies”, ” Octavarium”. È un grande viaggio epico musicale.

È forte l’impressione che con gli anni il sound dei Dream Theater stia diventando sempre più heavy: qual è la tua opinione a riguardo?
Non sono d’accordo.
Penso che fossimo heavy anche 15 anni fa su “Awake”, prendi ad esempio “The Mirror”, “Caught In A Web” o “Lie”. O addirittura 20 anni fa, sul nostro primo disco, pensa a “A Fortune In Lie”: eravamo incredibilmente heavy!
È vero che siamo cambiati negli anni ma rimaniamo sempre una band metal e credo che sia sempre stato parte del nostro sound. Forse adesso abbiamo un suono migliore e forse anche per questo è diventato un aspetto più predominante. Non lo so, in effetti su questo non posso essere oggettivo.
Credo che noi ci muoviamo con il tempo, e più il tempo va avanti e più la musica diventa pesante – se guardi a com’era la musica negli anni ’70, negli anni ’80 era diventata più heavy e nei ’90 lo è diventato ancora di più, e così via fino a oggi. È l’evoluzione naturale della musica, oggi è più estrema.

La dimostrazione che questa sia la tua convinzione possiamo forse trovarla anche nei blast-beat, un ingrediente del metal più estremo, inseriti nel vostro ultimo disco.

Sì, infatti io personalmente amo la musica pesante! Ma allo stesso tempo sono forse anche il più grande fan di band prog rock o classic rock. Mi piace un sacco la musica pesante e amo tanto, per esempio, i The Lamb tanto quanto i Genesis e i Pink Floyd. Ciò verrà sempre fuori dalla mia musica e nel mio modo di suonare in particolare.

Ma forse c’è anche una motivazione più pragmatica…
Nel nostro ultimo tour ho passato tutto il mio tempo nel camerino a sentire ogni sera dalla nostra band di supporto un blast beat costante … “trtrtrtrt“… probabilmente che alla fine è venuto fuori dal mio inconscio l’idea di metterli su questo album!

Un altro elemento che è facilmente riscontrabile nell’evoluzione del vostro sound è il dilatarsi dei minutaggi delle canzoni e delle parti strumentali – quasi ad arrivare a una loro ridondanza. Credi che in questo, in qualche modo, c’entri il fatto di entrare in studio e comporre direttamente in jam session?
Il nostro modo di scrivere non è mai cambiato. Molti pensano che siccome scriviamo in studio lo facciamo in modo diverso, ma non ci sono differenze tra come lo facciamo ora e come lo facevamo vent’anni fa. Le uniche differenze sono in come le canzoni vengono registrate. Ora le registriamo immediatamente, prima invece le scrivevamo e le mettevamo da parte finché non era arrivato il momento di registrare l’album.
Il processo di scrittura non è mai cambiato: facciamo jam, arriviamo con delle idee, parliamo ed esploriamo. Ed è la stessa cosa che facevamo un tempo, con l’unica differenza che ora registriamo subito, senza stare ad aspettare. Credo che questo abbia i suoi benefici, perché siamo focalizzati sulla canzone mentre la registriamo.
[PAGEBREAK] Tu hai composto il testo di “Never Enough”, che trovo interessante, perché mette in luce aspetti forse inusitati del vostro successo.
Be’ il testo che ho scritto per “Never Enough” era rivolto a un certo tipo di fan dei DT, non a tutti.
Era rivolo a quelli che si lamentano qualunque cosa noi facciamo non importa quanto impegno ci mettiamo e questo a volte mi fa sentire molto triste, offeso. Perché io passo ogni momento in cui sono sveglio cercando di accontentare i fan. Io, più di ogni altro membro del gruppo, quando non siamo in tour passo il tempo a scrivere diverse opzioni per le set list, passo il mio tempo libero a pensare e realizzare side projects e bootleg ufficiali per i fan, eppure alcuni continuano a lamentarsi. Questo mi distrugge. È bello ricevere i complimenti ma allo stesso tempo sei sempre tu che ricevi anche le colpe.
“Never Enough” è proprio per quelle persone che non sono mai soddisfatte. È triste, ma è qualcosa che prendo sul personale, come un insulto. Io passo il tempo lontano da mia moglie e dai miei figli, e mi sta bene, è il nostro lavoro, ma quello che faccio io va oltre “il mio lavoro” ed essere insultati fa male.

Sul palco sei uno di quei musicisti che sembrano perfettamente al proprio posto: perfettamente padrone della situazione, divertente e divertito. Ma qual è il tuo approccio in studio, durante le registrazioni o le fasi di songwriting?
Sono due mondi totalmente diversi per me.
Quando sei in studio crei e cerci la perfezione, qualcosa che durerà per sempre. In tour non stai creando, stai eseguendo, e io non cerco la perfezione nell’esecuzione, cerco il divertimento, comunicazione con il pubblico, voglio sentire il feedback del pubblico. Cosa che quando sei in studio non c’è, siamo solo quattro mura e noi che diamo ma non riceviamo niente.
Preferisco la dimensione live. Certo mi piace il processo creativo, stare in studio, ma credo che l’interazione con il pubblico e la dimensione live siano la parte più bella: perché hai il riscontro del pubblico.

Tu e i tuoi bandmates siete ormai diventati dei veri e propri riferimenti per tanti giovani (e meno giovani) musicisti sparsi per il globo. Parrebbe, e tanti lo sostengono, tutto dovuto alla vostra tecnica strumentale, ma secondo te è davvero così?… Oppure pensi che musicisti di un livello così alto come il vostro, posseggano qualcosa che va al di là della semplice padronanza tecnica?

Credo che la tecnica sia importante ma sia solo un lato della moneta.
Forse io sono stimato come musicista tecnico ma ad essere sinceri, non lo sono… Non ho mai studiato tecnica, né come impugnare le bacchette o stare seduto. Non ho mai studiato i rudimenti. Anche se sembro tecnico, non lo sono. Sono autodidatta, ho imparato ascoltando gli altri batteristi.
È utile imparare più che puoi, quando ero alla Berkley volevo imparare più che potevo, ma non solo sulla batteria, sulla musica in generale. Teoria, armonia, arrangiamenti, seguivo tutti questi corsi. È bello avere la teoria alle spalle ma non è quello il punto.
Ci sono musicisti sorprendenti che non hanno studiato teoria e che non sanno né leggere né scrivere la musica, è la differenza tra suonare con la mente e suonare col cuore. E credo che i musicisti migliori siano quelli che sanno fare entrambe le cose.

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