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  • Dream Theater: Train Of Thought

    Dream Theater

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Cupo, potente, noioso

Settima rappresentazione nel Teatro del Sogno.
Alla sua pubblicazione, si disse che per il songwriting non si era più fatto ricorso alle Jam Session (abitudine della band di inizio 2000, che aveva originato uno stile sfilacciato e per forza ridondante), tornando agli usi d’inizio anni ’90, quando si entrava in studio con le composizione già pressoché ultimate. Rispetto a “Six Degrees of Inner Turbulence”, il suo più immediato predecessore, “Train of Thought” pare trarre giovamento, giusto un po’, da questo passo indietro, risultando più focalizzato nelle parti strumentali, con strutture più chiare e meditate, non ottenute soltanto mettendo l’una dietro l’altra tante sezioni diverse.
Altra caratteristica rilevante del disco è la venatura marcatamente heavy (con tanto thrash anni ’80 nei riff di Petrucci), posta accanto a un mood più oscuro rispetto al passato. A tratti sembrerebbe pure voler fare il romantico, non centrando però a pieno il bersaglio.
Il singolo “As I Am” è una specie di incrocio tra Metallica, nuovo hard’n’heavy americano e “Awake” degli stessi Theater, che detta così sarebbe quasi d’acquolina in bocca, ma il risultato, in bocca, lascia solo l’amaro di un pezzo carino da ascoltare in macchina, ma con non molto altro da dire. Migliore è “Honor thy Father”, sebbene richiami un po’ l’incipit di “Burn the Sun” (proprio la title-track) degli Ark, copi spudoratamente lo stile dei Tool, nella prima strofa, e cavalchi il trend crossover con tanto di vocals filtrate e rappate. Nonostante quanto detto e una tendenza alla prolissità nella parte centrale, la canzone funziona, piace e fa salire le quotazioni del disco. “Vacant” invoca Kevin Moore (qui sembra proprio i Nostri imitino come possono i clichè stilistici dell’ex-teatrante), per riuscire ad uscire dalla mediocrità in cui l’hanno sbattuta. Arriva poi la strumentale “Stream Of Counciousness”. Con essa i Dream Theater probabilmente cercano davvero qualcosa per loro nuovo, grazie a un buon main riff, melodico, che torna sotto varie vesti armoniche durante lo svolgimento del brano, un appeal neoclassico in slow-motion sul finale, e un’attitudine lontana, per dire, da una “The Dance Of Eternity” (da “Scenes from A Memory”), ottenendo un risultato apprezzabile ma nulla più. L’ultima traccia è “In The Name of God” anch’essa su buoni livelli qualitativi (a parte gl’irritanti e fastidiosi fraseggi di chitarra attorno ai 9 minuti), dotata di buone melodie, che nel ritornello (molto buono) potrebbero ricordare i Queensryche di “Promised Land”, mentre alcuni riff richiamano i Fates Warning. [PAGEBREAK] Uno dei difetti più grossi di questo disco è però l’incredibile mole di citazioni e autocitazioni che si trovano in esso. Praticamente ovunque vengono fuori dei riferimenti, che sfiorano e spesso invadono il territorio del plagio. Esempi: oltre ai pezzi già citati, “This Dying Soul” (sequel di “The Glass Prison”, da “6DOIT”), che ostentando cattiveria immersa nel “mare di note non strettamente indispensabili” che fanno inevitabilmente perdere il filo del discorso, attorno agli 8 minuti pare ospitare Dave Mustaine e relativa band (oltre a plagiare una certa band di San Francisco nella strofa tra i 7 e gli 8 minuti); “Endless Sacrifice” oltre a dare l’impressione di venire dalle sessions di “FII”, prima di aprisi in un ritornello vicino alle tendenze metalleggianti d’oltreoceano e risolversi in una classica sezione strumentale elettrica, presenta un intro nel quale senza troppa fatica riconosceremo umore e struttura di quello celeberrimo di “Fade to Black” dei Metallica.
I Four Horsemen, appunto, i Santi Patroni a cui “Train of Thought” affida anima e corpo.
Affermiamo: ci sono idee che, pur non sfruttando a pieno tutto il proprio potenziale, risultano comunque valide; il resto piaciucchia senza convincere, e se una volta erano i Dream Theater a dettare i parametri di giudizio, con questo album (e il suo predecessore) sembrano piuttosto arrancare inseguendo standard altrui. Questo è il problema.

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