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    Dredg

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Down that Same Ol’ Road again

Tutti quelli che avevano ascoltato “El Cielo” almeno quella cinquantina di volte necessarie ad assimilarlo per bene si erano rallegrati alla notizia di un nuovo Dredg: chi sperava in un ritorno a Leitmotif (pochi in verità) e chi si augurava che bissassero il grandioso album precedente. “Catch Without Arms” è sicuramente più il secondo che non il primo, “Bug Eyes” o “Planting Seeds” sembrano prese da “El Cielo”, ma la varietà ed il dinamismo si sono persi in favore di un suono più radio-friendly, una sfilata di pezzi da quattro minuti compressi e diretti, senza fronzoli e senza la stessa voglia di pescare a destra e sinistra tra i generi, una specie di accattivante leitmotiv – non l’album – che si rimescola continuamente vomitando ritornelli da alta classifica (la stessa ruffianissima “Catch Without Arms”) o curiosi esperimenti pop come “Zebraskin”. I Dredg sono diventati commerciali? Lo sono sempre stati, adesso più che mai visto che sono ancora più facili, più diretti e aperti, improntati sulla voce da pop chart di Gavin Hayes, con meno estro alla chitarra e batterista –dotato- a girarsi i pollici (con qualche asso nella manica). “Catch Without Arms”, neanche a dirlo, fa mangiare la polvere a gran parte della compagnia rockettara, nonostante i suoi difetti è un album pregevolmente stratificato, che si svela poco a poco. Ci sono più filler di quelle che avremmo desiderato, ovvero circa un paio, e davvero pochi nuovi spunti; è una rilettura a ritroso di “El Cielo” che si intestardisce su quattro-cinque ritmi portanti spremendoli allo spasmo, una maturazione sofisticata di quelle che ti lasciano con il dubbio. Va ancora bene perché le idee erano così tante e buone da meritare almeno un paio di album, va estremamente bene perché sono sempre loro ed hanno una grande personalità, auguriamoci però che dal prossimo album scendano dalla chart per tornare a vagare più liberamente tra i generi, perché davvero pochi erano riusciti a farlo con la stessa originalità e sapienza.

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