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Dropkick Murphys: Working Class Heroes

Ormai conosciamo bene i Dropkick Murphys, che abbiamo intervistato ad un anno esatto dall’uscita di “Going Out in Style”, l’ottimo lavoro che ha girato il mondo con un tour trionfale. Sappiamo che sono casinisti, che hanno il punk (e la birra nel sangue), che si battono per i diritti civili dei lavoratori americani. Ma forse non conosciamo la parte più intimista di questi ragazzi di Boston, che fanno yoga tutti i giorni (Al Barr), o che ti mostrano orgogliosi le foto dei figli sull’Iphone. Ecco i DKM che vi raccontiamo in quest’intervista con Tim Brennan, polistrumentista che ha lasciato le superiori per unirsi alla band… con grande gioia dei genitori.

Tim, “Going Out In Style” è uscito proprio l’anno scorso in questi giorni. Quali sono stati i feedback finora?
Ah, molto positivi! Finora è andato tutto bene, i fan hanno apprezzato le versioni live dei pezzi dell’album. E stiamo già lavorando ad un nuovo lavoro, di cui in questo tour suoniamo un pezzo in anteprima, che non è facile da descrivere: è il tipico DKM stile, ma siamo migliorati molto nel songwriting. Ci siamo posti degli obiettivi più alti, ma per quel che riguarda puramente le sonorità, è quello famigliare della band.

Di solito chi si occupa del songwriting? È un lavoro di squadra o è affidato ad un solo membro?
Sì, è una grande collaborazione: un numero ristretto di membri compone la musica, mentre Ken (Casey) e Al (Barr) scrivono i testi, e poi ognuno si sente libero di aggiungere riffs o altri dettagli. È un processo abbastanza lungo ma è un lavoro di squadra positivo e che dà buoni risultati, con tutti i membri che danno il loro contributo.

Torniamo a “Going Out..”: in cosa differisce dagli album precedenti secondo te?
Credo che, in ogni album, ci siamo avvicinati un po’ di più a realizzare l’obiettivo che volevamo raggiungere, per quel che riguarda mescolare insieme i diversi strumenti e la musica che ognuno suona. In “Going Out..” mi sembra siamo riusciti abbastanza bene nel songwriting, e nel combinare gli strumenti in modo equilibrato. Infatti ci trovi delle canzoni rock, dei pezzi folk, ecc. Si direbbe che suona più maturo degli altri lavori, e infatti credo proprio che lo sia.

Sì, forse è più equilibrato… ed è un ottimo lavoro, senz’ombra di dubbio. E, se non mi sbaglio, anche la storia è interessante, dato che si tratta di un concept…
Sì, è vero: il CD è composto da 13 pezzi, e mentre scrivevamo i testi, quando Ken e Al avevano i testi pronti per 4-5 canzoni, abbiamo visto che erano legate da un filo conduttore. Allora ci è venuto in mente di svilupparlo, non tanto come un concept vero e proprio, ma come un mosaico di idee liberamente collegate. E questo si è manifestato nei testi, sempre di più, e quando avevamo tutto il materiale pronto, abbiamo contattato un amico scrittore, che ha fissato su carta l’intera storia. Inoltre, credo ci sarà una ristampa dell’album con il libro della storia.

Alcune delle vostre migliori e più intense canzoni riguardano la guerra (come “Johnny, I Hardly Knew Ya” e “The Green Fields Of France”, ad esempio): come mai? C’è un motivo particolare?
Non, non direi, solo che quando ascriviamo i testi ci piace l’idea di raccontare delle storie, e in questi giorni, sfortunatamente, la guerra è una presenza costante della nostra società, alla quale non puoi fare a meno di pensare. E questo si riflette nelle nostre canzoni.

Anche la politica è un fattore importante nella vostra musica…
Sì, anche se non è voluto. Cerchiamo di suonare per far divertire la gente, lasciando fuori i riferimenti espliciti alla situazione politica del Paese.
[PAGEBREAK] Però mi ricordo che “Take ‘Em Down” ha per tema principale le lotte sindacali.
È vero, parla dei problemi legati alle lotte sindacali. Vedi, noi veniamo tutti da famiglie della classe operaia, e se è vero che abbiamo la fortuna di girare il mondo e di vedere tanti posti nuovi e conoscere tanta gente diversa, non ci dimentichiamo che stiamo comunque facendo un lavoro. Quindi siamo sensibili ai problemi dei lavoratori, dato che il nostro background è il proletariato, e la musica è il nostro lavoro. Le nostre famiglie hanno vissuto l’epoca delle lotte sindacali, e credo che l’atmosfera working class sia parte integrante dei nostri pezzi.

Invece, una cosa che mi ha sempre incuriosito, guardando il vostro sito web, è la sezione “Chickenman”: chi era?
Ah, sì, “Chickenman”! era un grande amico della band, ci seguiva dal vivo e si divertiva a venire in giro con noi. Era il migliore amico di Ken(ny), lo conosceva da molto tempo e poi è diventato amico di tutti noi. Purtroppo, ebbe un incidente mortale in moto, e per tenere viva la sua memoria, abbiamo pensato di aprire questa sezione sul nostro sito. Abbiamo ideato delle magliette, stickers e altro merchandising, con dei contest, tipo “scatta una tua foto con la t-shirt di Chickenman” e tutti i proventi vanno in beneficienza a varie organizzazioni. È un modo per ricordarci di lui e penso che, se ora fosse qui, e vedesse quanto quest’iniziativa ha avuto successo, e quanto siamo cresciuti noi, che andiamo in tour in Europa e nel mondo, e suoniamo in arene enormi in Germania, ad esempio, sarebbe molto orgoglioso.

Cosa facevi prima di entrare nei DKM?
Lavoravo e andavo a scuola. In realtà, ho interrotto gli studi per unirmi al gruppo. Ho suonato con altre band minori e ho cominciato quando avevo circa 13 anni. Sono sempre andato bene a scuola ma la musica è stata parte di me fin dall’infanzia. Vengo da una famiglia molto “musicale”, mio fratello sa suonare praticamente qualsiasi strumento. Quindi, ho interrotto gli studi l’anno prima del diploma, mi sono unito ai DKM nel tour estivo negli USA, vendevo merchandising nel loro stand. Poi, sono tornato a scuola, forse per un mese, e Ken mi ha chiamato dicendo che un membro della band se n’era andato e che avevano bisogno di un chitarrista. Io ho accettato subito, ho fatto i bagagli e detto ai miei genitori: “Mi dispiace, so che non vi piacerà, ma io vado”. All’inizio non erano entusisasti, ma ora sono i miei fan numero 1 (ride). (nel 2012)

Sei autodidatta?
Sì. Ero molto interessato alla musica, alla meccanica degli strumenti, al loro funzionamento interno. Quando mi hanno regalato una minibatteria mi sono subito messo a suonarla, e quando un anno, a Natale, hanno regalato a mio fratello una chitarra, l’ho accordata e strimpellata. Tutti e due condividiamo questa passione per la musica e siamo entrambi autodidatti; riusciamo a suonare praticamente tutti gli strumenti, ed è piuttosto facile quando ti piace tanto e ne sei appassionato.

Il giorno di San Patrizio siete quasi sempre in tour, ma cosa significa per te questa festività irlandese?
È diverso da com’era prima: quando non ero ancora nella band, ed ero un ragazzo, dicevo a tutti che sei irlandese, ti ubriacavi fino a star male e poi andavi a Boston a vedere i DMK dal vivo. Ora che ci suono da quasi dieci anni, San Patrizio vuol dire fare uno show a casa, cosa che succede di rado, invitare amici e parenti a venire a vederci, ed è sempre divertente. Non è una data come tutte le altre, e lo show che facciamo è diverso, perché ci piace suonare per gli amici. Rispetto a prima, quando a San Patrizio pensavo solo a bere (ride), non è più solo divertimento, ma ora si tratta anche di lavoro. Ed è molto divertente, perché lo show è quasi sempre sold out.

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