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Il dream pop dei sogni che furono

Nella seconda metà degli anni ’90, i Drugstore stavano diventando qualcosa di grosso. Duettavano con Thom Yorke, andavano in tour con Jeff Buckley, Radiohead, Jesus And Mary Chain. Realizzavano tre dischi, uno in fila all’altro, apprezzati più o meno da tutti. Poi basta, la frontwoman brasiliana, Isabel Monteiro, ha posato un panno nero decennale sulla gabbia della band e l’ha messa a riposo.

E tornano ora, in un progetto che è a tutti gli effetti un parto plurigemellare di Isabel Monteiro: scritto, arrangiato, prodotto e (in parte) suonato solo da lei, “Anatomy” è portato avanti dalle chitarre elettriche e dalle slide guitar ed è un disco della maturità nel senso che, posato com’è, ha perso il mordente che la prima formazione dei Drugstore aveva dalla sua parte.

“Anatomy” ha un andamento più trascinato che trasognato, è nebbioso ma poco atmosferico. È un ascolto talvolta piacevole che non riesce ad andare oltre. I testi sono interessanti, ben scritti e intenzionalmente statici, ma non riescono a scalfire l’impressione che le tracce siano troppo incollaticce l’una all’altra. La Monteiro ha la voce di una zia che nella vita ha fumato troppo.

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Contro

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