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    Dufresne

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Italian-core da esportazione

I Dufresne sono uno dei nostri prodotti da esportazione del momento. Al contrario delle altre merci, la loro musica non è penalizzata dallo strapotere dell’euro, i giovani americani saranno invece senz’altro colpiti dalle sonorità screamo-core che la caratterizzano. I vicentini sono volati per due settimane proprio a Richmond (Virginia) per produrre “Lovers” con l’ausilio di Andreas Magnusson (Black Dahlia Murder) e il risultato è indiscutibile: il loro hardcore metallizzato e ricco di elettronica gode ora di una potenza che non teme il confronto con punti di riferimento quali Underoath, Deftones o perfino In Flames, per l’influenza delle eleganti tastiere di Alessandro Costa sul devastante rifferama che avvolgono.

Da questa spiccata propensione per suoni xenofili discende la commistione della lingua inglese con il nostro idioma, che aveva invece contraddistinto completamente i primi anni di carriera dei Dufresne. Le due facce si alternano spesso nel corso del disco, da una parte rivelando un ottimo adattamento dell’italiano ad un substrato musicale inconsueto, dall’altra uno stile anglofono ancora immaturo. Si lasciano preferire, allora, pezzi come il primo singolo “Alibi Party”, in cui le aperture melodiche guidate da voce e tastiere si sposano alla perfezione con le insidiose rasoiate hc, e “Mina”, in cui una pregevole vena melodica interrompe un flusso musicale stilisticamente fin troppo costante.

Da non trascurare, poi, il fascino immediato di “Caffeine”, un possibile singolo dal successo assicurato, che racchiude in sé allo stesso tempo le potenzialità e le insidie della ricerca musicale dei Dufresne, che non si allontana troppo dalle sonorità più in voga tra le giovani generazioni alternative d’oltreoceano.

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