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Fu proprio con “Alice in Wonderland” di Tim Burton, nel 2010, che la Disney inaugurò la serie di rifacimenti “live action” dei suoi storici classici, che ora raggiungono lo zenit produttivo con ben quattro uscite già programmate nei prossimi mesi (“Aladdin” di Guy Ritchie, “Il re leone” di Jon Favreau, “Mulan” di Niki Caro e una versione direct-to-streaming di “Lilli e il vagabondo” con animali veri): la montagna di denaro incassata da quella sorta di sequel spurio delle avventure dell’intrepida Alice convinse la Casa del Topo di avere già negli archivi tutti gli script per i successi al botteghino del prossimo futuro. A completamento di questa sorta di fase uno (terminologia importata dall’MCU, un’altra serie di prodotti, guarda un po’, della stessa Disney) torna Burton con questa nuova versione di “Dumbo”, agile mediometraggio prodotto per recuperare i costi esorbitanti del flop “Fantasia”, nel 1941, e precedente il successo mondiale di “Bambi”. Ancora una volta, come già per Alice, una storia pienamente nelle corde del cineasta di Burbank, California, con protagonista un “diverso” prima osteggiato da tutti e poi acclamato grazie alla forza di volontà che gli permette di trarre vantaggio da quello che, a tutta prima, appare come un handicap estetico prima ancora che fisico (le orecchie giganti, per chi fosse vissuto in una bolla di sapone negli ultimi settant’anni, e si citano le bolle di sapone non a caso, ci ritorneremo sopra più avanti). Peccato che entrambi i film siano arrivati in un momento di impasse artistico e scarsa vena creativa del Nostro che, dopo aver marchiato a fuoco con il suo fiammeggiante e riconoscibilissimo immaginario la seconda metà degli anni Ottanta e tutti i Novanta, non riesce a ritrovare, da tempo, la freschezza e la verve perdute.

La vicenda di questa versione del 2019 ricalca gli accadimenti del capostipite, per poi ampliarli e distaccarsene nella seconda parte. Holt Farrier (Colin Farrell), ex star del circo, ritrova la sua vita messa a soqquadro quando torna dalla Prima Guerra Mondiale. Il proprietario del circo, Max Medici (Danny De Vito), lo ingaggia per prendersi cura di un elefante appena nato, le cui orecchie giganti lo rendono oggetto di scherno di un circo già in difficoltà. Ma quando i figli di Holt, Milly (Nico Parker) e Joe (Finley Hobbins), scoprono che Dumbo (questo il nome dell’elefantino) può volare, il convincente imprenditore V. A. Vandemere (Michael Keaton) e l’artista trapezista Colette Marchant (Eva Green) si gettano a capofitto per trasformare lo speciale elefantino in una stella.

La sceneggiatura di Ehren Kruger (autore in passato di script interessanti come “Arlington Road” e “Scream 3″, ma anche di quasi tutta la perniciosa saga dei “Transformers” di Michael Bay), come abbiamo già anticipato, segue le vicende del cartone animato ma, con l’obiettivo inevitabile di stiracchiare una vicenda che in originale durava poco più di un’ora, inventa di sana pianta personaggi e situazioni, regalando a Burton, è il caso di sottolineare l’evidente paradosso, i momenti migliori del film proprio con queste “nuove” aggiunte.

Perché la piattezza della (ri)messa in scena di quello che ben conosciamo (la nascita di Dumbo, la vita del circo, il dileggio, l’allontanamento della madre che s’infuria cercando di difenderlo) è davvero sconfortante; nessun elemento, filmico o profilmico, contribuisce a tener desta l’attenzione, se escludiamo proprio il nostro protagonista, animato digitalmente come meglio non si potrebbe (elemento, naturalmente, non da poco). Poi, con l’arrivo del magnate dell’industria dell’intrattenimento interpretato da Keaton, che ingloba il piccolo circo Medici all’interno del suo mega parco di divertimenti “Dreamland”, avviene uno scarto, di senso e di ambizioni. Danny De Vito/Medici è un artista indipendente, improvvisamente di successo, che viene inglobato da una major per poi … non possiamo andare più avanti di così, pena la sostituzione della sospensione che può creare curiosità con la parolaccia più in voga in questo millennio, lo SPOILER (forse il più grande danno alla critica cinematografica compiuto, seppur involontariamente, dalla fiorente industria dei serial televisivi). Ma già quanto detto può ingenerare riflessioni: Dreamland, questo parco divertimenti del 1919 splendidamente anacronistico, è forse Burton che satireggia la Disney pigliatutto dall’interno? Occasione sprecata anche questa, e la fiammella accesa si rispegne quasi subito.

Si rispegne quando si constata che Burton lavora solo e soltanto di riporto, con l’ingresso a Dreamland ricalcato su quello alla fabbrica di Wonka in un precedente (e migliore) remake, con tanti suoi attori feticcio richiamati a collaborare ma senza nessun gioco metatestuale che arricchisca la reunion, con gli eventi che si susseguono uno all’altro senza particolari progressioni narrative, con i fidi Danny Elfman (musiche) e Colleen Atwood (costumi) al minimo sindacale di creatività, e con l’aggiornamento obbligatorio alle esigenze contemporanee del film “per tutti” che trasforma il segmento più di culto del Dumbo originale, l’incubo/allucinazione sotto i fumi dell’alcool degli elefanti rosa, in una veloce e visivamente sterile sequela di bolle di sapone.

Citando le appropriate parole di Oreste de Fornari, il film originale aveva “la corteccia di lungometraggio e il midollo delle Silly Symphonies”, gli strepitosi corti animati che precedettero l’approdo, nel 1937 con “Biancaneve e i sette nani”, al film vero e proprio, ai tempi una follia assoluta del mogul Walt Disney. La sequenza degli elefanti sognati da Dumbo sbronzo, incubo che diventa la fonte effervescente di invenzioni cromatiche, grafiche e musicali che si fanno puro sperimentalismo, quasi cinema astratto, depotenziata e svuotata diventa impalpabile ed eterea come una bolla di sapone, che scompare definitivamente dopo breve vita. E’ la sintesi più precisa possibile, in sede di valutazione, anche per questo lungometraggio, che stiamo già cominciando a dimenticare. In inglese l’espressione “to see pink elephants” significa, in senso figurato, “avere allucinazioni causate dall’alcool”. La grandezza incomparabile di QUELLA Disney era questa, unire letterale e visionario, senso narratologico e sperimentalismo, intrattenimento al massimo livello e felice sintesi di ogni forma di spettacolo americano. Burton, ai tempi della sua Golden Age artistica, era il prodotto folle di questo mondo, il doppio speculare, le lente deformante attraverso cui osservare l’incubo dietro la cortina fumogena della “soap”; il mediocre impaginatore che abbiamo di fronte oggi, che avoca al bisogno di costituire una famiglia ogni singolo atomo di questa e altre produzioni degli ultimi anni è, semplicemente, irriconoscibile.

 

 

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