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Dylaniato

Mi chiamo Francesco Dellamorte. Nome buffo no? Ho anche pensato di farmelo cambiare all’anagrafe: Andrea Dellamorte sarebbe molto meglio“.
Questa frase, pronunciata dal protagonista del film “Dellamorte Dellamore“, fa parte del bagaglio di un personaggio che, fino ad ora, era stato quanto di più cinematograficamente vicino al famoso Dylan Dog.
Ma chiariamo un fatto: Francesco Dellamorte e l’indagatore dell’incubo si piacciono, si cercano ma non sono affatto la stessa cosa, per una serie di motivi che potremmo dire discutibilmente plausibili. Anche perché la sola e unica pellicola su Dylan Dog è entrata nelle sale da pochi giorni.

Qualunque persona appassionata dell’horror poliziesco e surreale ha letto un fumetto di Dylan Dog. O almeno, avrebbe dovuto farlo. L’indagatore dell’incubo, che gravita nelle edicole dagli anni ’80, si trasferisce sul grande schermo, nell’intento di diffondere quel mistero, che normalmente aleggia tra le pagine in bianco e nero imbrattate di pioggia e sangue, mostri e battute in crema inglese, anche nelle buie sale cinematografiche.

Il film tratta dello scontro tra lupi mannari e vampiri, i cui patti di reciproca non belligeranza, dei quali Dylan si fa garante, vengono meno.
“Non c’è un solo modo di essere morti”, sentenzia la voce fuoricampo sui titoli d’apertura, lanciando segnali positivi. Tuttavia, da qui in poi, è la cronaca di un disastro (più o meno) annunciato. Il filo conduttore del lavoro diventa la costante banalizzazione degli elementi fondanti del fumetto. A partire dalla più profonda decontestualizzazione del personaggio: Dylan, londinese, nel film vive a New Orleans. Particolare mica da ridere, per una figura le cui fortune si nutrono di elementi che solo uno specifico contesto socio-ambientale sa proporre. Provate un po’ ad immaginare “Il Cavaliere Oscuro” trapiantato a Cosenza. Sicuramente sarete un po’ storditi. E allora diamo, a Batman, Gotham City e, a Dylan Dog, Craven Road n. 7, Londra.

Assente anche lo storico assistente Groucho sostituito da un personaggio alternativo, manca del tutto l’ispettore Bloch, così come Scotland Yard, e quel modellino di galeone che il nostro cerca di completare in ogni numero del fumetto è solo un cameo nei titoli d’apertura.
Nei dialoghi non c’è luce, così come nella sceneggiatura in genere, improntata sull’estemporanea apparizione di strane creature, i cui processi di mostrificazione potrebbero facilmente essere rinvenuti in qualche puntata dei “Power Rangers”.

Ma l’aspetto più grave è quello di non aver capito la vera forza del capolavoro di Tiziano Sclavi: l’elemento introspettivo. In Dylan Dog la fase portante non è affidata alla presenza di mostri assortiti ma alla tessitura psicologica dei racconti, capaci di mettere in scena le nostre paure e i malesseri sociali. Attraverso citazioni dotte, tratte da film, opere teatrali e letterarie, canzoni, e tutto ciò che in genere è arte, in questo gioco del rimando le pagine attraversano gli stati dell’animo umano, in un crescendo di tensione emotiva che biechi effetti speciali non sono riusciti minimamente a riprodurre.

Nel film non vi è nemmeno traccia del rapporto tra l’indagatore dell’incubo e la Morte, che assurge Dylan a novello Caronte, in posizione mediana tra i vivi e i trapassati, e pertanto sulle rotte dei “ritornanti”, i non morti con cui gli capita di avere a che fare.
La bellona di turno invece c’è, ma dà tutta l’impressione di stare nella pellicola solo perché ci deve essere, lungi dal rappresentare il pilastro rosa del combinato Eros/Thanatos, tanto radicato nella versione cartacea.

Il lungometraggio, quindi, non è ritratto fedele del Dylan Dog patinato, mancando persino il proverbiale intreccio di horror e comicità, perché non fa neppure ridere.
C’è un solo film, in fin dei conti, che ricorda l’indagatore del’incubo. Crediamo abbiate capito di quale si tratti. Scusateci ma adesso dobbiamo andare, perché “il maltempo si sta guastando”.

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