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È che li disegnano così

I Gorillaz avrebbero dovuto suonare a Milano domani. Per vari motivi, dei Gorillaz a Milano, domani, non ci sarà traccia. Conosciamo tutti la relazione disfunzionale tra Maometto e la montagna, quindi non c’è bisogno di dire altro.

L’O2 Arena è un enorme palazzetto per concerti contenuto nella location preferita di James Bond, ora riconvertita in centro commerciale. Può sfoggiare, oltre a un’architettura futuristica, 548 WC, un numero democratico grazie al quale chiunque può andare in bagno in qualsiasi momento, all’O2 Arena.
Come nel caso di molti posti giganteschi, l’Arena soffre di un’acustica raccapricciante man mano che ci si avvicina al palco. Riassunto: in certi punti si sente benissimo, in certi altri tanto vale che le casse siano nella stanza accanto.

Aprono la serata gli svedesi Little Dragon, seminando sul palco una scia delle loro caratteristiche marche di stile: elettronica danzereccia, atmosfere, suonare la batteria in due, abiti bellissimi. Yukimi Nagano, che poi comparirà sul palco per un paio di duetti con i Gorillaz, ha davvero una delle voci inconfondibili del secolo. A metà del set magari ci si annoia un po’ e si pensa ad altro, ma i Little Dragon rimangono, quanto a fisicità e a qualità del suono, una band da vedere tassativamente dal vivo.

Poi, ecco. Presente il luogo comune di cui i vostri amici vi riempiono le orecchie dopo aver comprato un volo Ryanair per Amsterdam, ovvero LA DROGA? È tutto vero. I Gorillaz, appena rientrati da una data ad Amsterdam, sono completamente diversi dai Gorillaz che avevano suonato all’O2 il 14 novembre. Sono rilassati, ridono, si fanno i dispetti a vicenda.
Damon Albarn fa Fratel Coniglietto saltando da un amplificatore all’altro sotto lo sguardo di Smoggy, il suo personale addetto alla sicurezza, che si preoccupa come una mammina.
Ci sono sei marinarette che suonano gli archi, due batteristi, due tastieristi. Mick Jones, quello che un tempo era nei Clash e ora si prodiga in lascive danze del ventre non appena compare l’orchestra siriana, accompagna ma principalmente è sul palco per divertirsi un sacco. Le vere linee di chitarra sono tutte in mano a Jeff Wootton, che abbassa la media di età avanzate dei Gorillaz e, di tanto in tanto, guarda la folla stralunato. Paul Simonon, quell’altro che un tempo era nei Clash, regge il suo basso come un M16 e ha imparato a trattenersi quando si tratta di mettere incinta la prima fila con la sola forza dello sguardo.

I video proiettati sopra alle teste della band descrivono e contrappuntano ogni brano. Le pause tra le canzoni, al contrario, prevedono le proiezioni della storia animata del clone-cyborg di Noodle e dei personaggi originali disegnati da Jamie Hewlett, chiusi a chiave in camerino con l’inganno, nell’attesa che questo «gruppo d’apertura che somiglia a una cover band» finisca di suonare. Raccontato così non fa ridere, al concerto invece sì.

Rispetto ai concerti iniziali del tour, il gruppo si concede anche qualche madeleine spinta. Robe che se Proust fosse stato un membro dei Gorillaz avrebbe detto: «CHE NOSTALGIA». Per dire, “19-2000″, “Demon Days”, “Tomorrow Comes Today” e “Punk”, quest’ultima accolta da boati e da spintoni dei fan matti della prima ora. Su “Clint Eastwood”, immancabile, viene aggiunta una coda di archi inventiva di cui Albarn, giustamente, sembra andare fierissimo. Durante “White Flag”, invece, i cani rabbiosi della prima fila cercano di strappare la bandiera bianca sventolata da Damon Albarn, fornendo un significato tutto nuovo all’espressione «messaggio di pace».

L’energia è palpabilissima in ogni momento, tutti ringraziano tutti, Bobby Womack prima di attaccare “Cloud Of Unknowing” dice, sornione, «Io ho cantato tante canzoni scritte da altre persone, ma questa scritta da Damon è PROPRIO TUTT’ALTRA COSA» (parafraso). Daley, nuova entrata nel gruppo, mostra i suoi riccioli e canta con una voce inesistente in natura “Doncamatic”, un pop epico e legittimamente tamarro.

Durante “Glitter Freeze” si manifesta sul palco, in una nube di eroina e malessere, Mark E. Smith: blatera qualcosa, smanetta coi volumi, cerca di fare del male ai due Clash, scompare. Non un’esibizione imprescindibile ma, porca puttana, è Mark E. Smith. Mark È Smith.

Se proprio vogliamo fare le pulci, per un concerto in un luogo vasto e importante come l’O2 si prevedevano molti più ospiti. Si prevedevano Lou Reed, Snoop Dogg, Gesù Cristo, Mos Def. E invece non si è presentato nemmeno Shaun Ryder a stonare su “DARE”.
Certo, c’erano gli Hypnotic Brass, Bobby Womack, i De La Soul nella performance di una vita, ma Neneh Cherry che urla due cose e poi va via aveva tutta l’aria di un riempitivo, e Bootie Brown rappa in maniera trascurabile.

Tutto questo, però, è più o meno irrilevante, perché si assiste a una band che dà il meglio (musicalmente) e il peggio (comportamentalmente) di sé, con gente che ringrazia commossa e fa gara a chi ride per ultimo, subito dopo rivolgendosi al pubblico con l’aria di chi sta per dire «OK, abbiamo provato LA DROGA, ma riusciamo comunque a darci un contegno». Il valore dello spettacolo rimane intatto, anzi, è potenziato. Che è poi l’importante di fronte a una creatura mastodontica come i Gorillaz.

Milano, ora sai esattamente cosa ti stai perdendo.

Orchestral Intro
Welcome to the World Of The Plastic Beach (Hypnotic Brass Ensemble + Snoop Dogg in video)
Last Living Souls
19/2000 (Roses Gabor)
Stylo (Bobby Womack + Bootie Brown)
On Melancholy Hill
Rhinestone Eyes
Kids With Guns (Neneh Cherry)
Superfast Jellyfish (De La Soul)
Tomorrow Comes Today
Empire Ants (Yukimi Nagano)
Broken (Hypnotic Brass Ensemble)
Dirty Harry (Bootie Brown)
Doncamatic (All Played Out) (Daley)
El Mañana
White Flag (Kano + Bashy)
To Binge (Little Dragon)
DARE (Roses Gabor)
Glitter Freeze (Mark E. Smith) (!!!)
Punk
Plastic Beach
-
Cloud Of Unknowing (Bobby Womack)
Feel Good Inc. (De La Soul)
Clint Eastwood (Bashy + Kano + MF Doom)
Don’t Get Lost In Heaven
Demon Days (Bobby Womack)

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