Home > Zoom > È così che (non) funziona la giustizia…

È così che (non) funziona la giustizia…

Quando la il sistema governativo non funziona è lecito il tirannicidio, come c’insegnava Hobbes, e quando la legge non soddisfa il nostro bisogno di giustizia, allora è lecita la vendetta. Vale la pena precisare che, nel caso del film di F.Gary Gray, “Giustizia Privata”, si tratta di un concetto più simile alla sovversione del sistema operata da V/Hugo Weaving che di vendetta personale contro il singolo, come nella trilogia di “Mr Vendetta” (2002), e “Old Boy” (2003) e “Lady Vendetta” (2005, tutti di Park Chan-Wook). Un’idea del vendicarsi che, purtroppo, la traduzione italiana ancora una volta banalizza e non coglie fino in fondo: “Law Abiding Citizen”, infatti, suggerisce l’idea che il protagonista, un americano medio con lavoro discreto e famiglia felice, si sia trovato eccezionalmente costretto a infrangere la legge o di ribellarsi al sistema. Il titolo italiano, invece, insiste solo sul desiderio di Sheldon di perseguire la sua cieca vendetta, e certamente non ne inquadra la personalità complessa che lo farà diventare un serial killer.

Non è la prima volta che il cinema affronta l’idea dell’individuo che si batte contro il sistema: i recenti “John Q” (2002, Nick Cassavetes) e, in una certa misura,”Don’t Say a Word” (2001, G. Fleder) ne sono un esempio. Tuttavia, se in queste pellicole il protagonista si opponeva al sistema sanitario americano prendendo in ostaggio un intero ospedale (“John Q”), salvo poi finire in prigione ed essere ricondotto all’ordine, oppure si scontrava direttamente con i rapitori della figlia (come in “Don’t Say A Word”), senza intaccare le alte sfere, in “Giustizia Privata” Clyde Sheldon/Gerard Butler non si ferma finché non ha raggiunto il suo obiettivo: fare a pezzi il sistema legislativo come è stata fatta a pezzi la sua famiglia, nell’indifferenza di quello stesso meccanismo legale che ha rimesso uno degli assassini in libertà.
E così, sfruttando le sue doti di ex ‘eliminatore’ della CIA, dieci anni dopo la sua tragedia Sheldon riesce a infiltrarsi nella prigione di stato dove il complice del criminale che gli ha massacrato moglie e figli sta per essere (erroneamente) condannato a morte, in una scena simbolica del suo sacrificio, dato che l’indiziato numero uno è stato assolto per patteggiamento, e sostituisce gli elementi dell’iniezione letale, trasformando così una morte relativamente ‘dolce’ in una tortura infinita. Poi, se la prende con il colpevole della sua strage famigliare, con una lucidità e freddezza che farebbe impallidire Dexter. Finalmente il folle vendicatore è rinchiuso in carcere, dove incontra di nuovo Nick Rice/Jamie Foxx, l’avvocato arrivista che si era occupato del suo caso e che aveva permesso il rilascio della vittima per patteggiamento perché, come dice con indifferenza, “È così che funziona la giustizia”.

Ma, anche da qui, Clyde orchestra in modo diabolicamente spettacolare gli omicidi dalla cella di isolamento in cui è rinchiuso. E, se è vero che alcune torture ricordano quelle architettate da Jigsaw, è innegabile l’originalità di un solo uomo che mette in ginocchio il sistema legale americano. La giustizia cui si appella Shelton è quella imparziale, talvolta spietata, rappresentata dalle statue bendate, quella di Rice è quella dei codici scritti e delle norme che, comunque vada, devono regolamentare i rapporti fra i cittadini. Quando comprende che non sono sufficienti contro un criminale (perché tale è ormai diventato ‘l’onesto cittadino’ Sheldon) che le calpesta, decide di considerare il lato oscuro del concetto di giustizia e si fa vendicatore a sua volta.
È una giustizia da ‘Gotham city’: non perfetta, ma quella che serve in quel momento e a quella città, in questo caso Philadelphia. E Sheldon ne è il sanguinario strumento.

Scroll To Top