Home > Rubriche > Music Industry > È davvero il bavaglio per le webradio e le webtv?

È davvero il bavaglio per le webradio e le webtv?

(Prima di leggere la puntata settimanale, Ti consiglio di leggere qui)

Una giungla incontaminata esercita sempre quel fascino naturalistico e romantico, la cui verginità tutti sono pronti a difendere e decantare. Ma nessuno potrebbe mai dirsi disposto a dormirci una sola notte.

Mi sembra che il sostenere ad oltranza la cosiddetta “libertà della rete” sia un po’ la stessa cosa. Rabbrividisco ai commenti che, a volte, si fanno in merito alla presunta assenza di regole che dovrebbe caratterizzare internet. E invece non bisogna cadere in fantasie utopistiche O anarchiche.
Ebbene, proprio a ridosso della ricorrenza del centenario della prima trasmissione radio intercontinentale, l’AGCOM (l’Authority garante per le comunicazioni) ha varato il primo pacchetto di regole per le trasmissioni televisive su internet.
L’obiettivo dichiarato è quello di creare un quadro moderno, flessibile e semplificato per i contenuti audiovisivi. Ma a molti è sembrato, invece, il solito tentativo di burocratizzare e centralizzare anche un mercato che è nato libero e che tale vuole rimanere.

Finora le web tv e le web radio sono state prive di regole. Quelle che invece oggi si vogliono approvare imporrebbero oneri gravosi. Sarebbe per esempio necessario un contributo di 750 euro (per le radio) e di 1.500 euro (per le tv) nonché l’invio all’AGCOM di una dichiarazione di inizio attività (l’ennesima D.I.A.).
Alla richiesta di autorizzazione, che sembra vada spedita con raccomandata a/r e su supporto cartaceo (ma come? non eravamo nell’era telematica?), andrà allegato qualche centinaio di grammi di carta ed inchiostro. Infatti, oltre ai vari certificati (iscrizione nei registri delle imprese, casellario giudiziale, antimafia e carichi pendenti [Tutti surrogabili dalla dichiarazione sostitutiva resa ai sensi del DPR445/2000]), bisognerà produrre:
a) attestazione in originale, ovvero in fotocopia autenticata nelle forme di legge, del versamento del contributo mediante l’esibizione del C.R.O. nel caso di pagamenti effettuati per via telematica;
b) la scheda relativa al sistema trasmissivo impiegato redatta su carta intestata della società, datata e firmata dal rappresentante legale;
c) copia del marchio editoriale di trasmissione del programma, riprodotta su carta intestata della società, datata e firmata ai sensi del d.P.R. n. 445/2000 dal rappresentante legale;
d) dichiarazione, datata e sottoscritta ai sensi del d.P.R. n. 445/2000 dal rappresentante legale, concernente l’indicazione ed il recapito del fornitore di rete che mette a disposizione il mezzo trasmissivo.

Altre regole sono volte alla tutela dei terzi. Così, per esempio, il rispetto del codice di autoregolamentazione e l’obbligo di rettifica. Quest’ultimo, in particolare, ha suscitato l’ira del popolo della rete. Vediamolo meglio da vicino.
L’obbligo di smentita consiste nell’imporre l’immediata rettifica, dopo la pubblicazione, di una notizia accertata come falsa. La sua astratta previsione è certo conforme ad uno stato democratico. Chi mai infatti si sentirebbe tutelato sapendo che, una volta diffuso un comunicato menzognero sul proprio conto, la notizia del contrario non venga pubblicata con le medesime forme della prima, tali da raggiungere gli stessi lettori? Anche una causa di risarcimento danni contro società sempre più spesso prive di garanzie patrimoniali sarebbe del tutto inidonea a garantire il ristoro alla parte lesa.

La vera preoccupazione riguarda piuttosto le modalità con cui tale smentita verrà imposta. A riguardo, mi sembra naturale che, al fine di impedire prevaricazioni e censure, essa dovrà scaturire solo dopo un regolare processo e, quindi, attraverso la condanna di un giudice.
Sottoporre l’obbligo di rettifica alla sola richiesta del presunto titolare del diritto leso – così come si vocifera – creerebbe il pericolo di un diverso ed opposto soppruso: quello del più forte. Insomma, bisogna evitare che ognuno faccia di testa sua.
Ciò che è più preoccupante, piuttosto, sono i tempi. Perché, se è vero che per ottenere una sentenza sono necessari, nel nostro Paese, almeno cinque anni, è anche vero che la rettifica che intervenga dopo il decorso di tanto tempo non riuscirà a porre rimedio ad un danno che ormai si è consolidato in modo irreversibile.

Si dovrà inoltre riaffermare il principio di non responsabilità degli intermediari, secondo cui questi ultimi non potranno rispondere delle condotte colpevoli dei propri utenti.

Resta ancora il problema di stabilire quali piattaforme siano escluse dall’applicazione del decreto. Dovrebbero rimanere fuori dal campo di applicazione della norma le micro-web tv, quelle cioè che trasmettono meno di 24 ore di programmi in una settimana.

Il punto però, sottolineano gli oppositori, è che le nuove norme rischiano di soffocare uno scenario ancora nascente e prolifico di progetti, spesso condotti con pochi mezzi, ma con fini di utilità sociale. L’osservatorio Altratv.tv 2 ha contato 346 micro web tv italiane. Ecco alcuni esempi. Telejato, la web tv di Corleone, ha redazione, studio e regia in una palazzina di Cinisi ed è nota per le campagne contro Cosa Nostra. Telestrada.it (prodotta dalla Caritas di Catania) ha realizzato inchieste di denuncia poi riprese da emittenti anche nazionali (per esempio su casi di mala sanità). Diciotto web tv de L’Aquila cercano di indagare sul dopo terremoto.

L’AGCOM assicura: questa regolamentazione non dovrebbe riguardare le piccole realtà di internet. Il suo presidente, Corrado Calabrò, interviene al Consumer’s forum: “Noi cercheremo di sburocratizzare al massimo la rete. Per noi è sacrosanto perseguire la violazione al diritto d’autore e la pirateria“. E così parte la consultazione pubblica sul testo definitivo.
Ma le proteste continuano e l’Authority ha rimandato al 25 novembre prossimo il varo delle regole sulle emittenti on-demand.

Scroll To Top