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E ora qualcosa di completamente diverso

L’astronomia, qual ostica materia! Chi l’ha studiata, la deve studiare adesso o la studierà in futuro non può che finire per apprezzarla. Se i professori in questione sono i Muse. Da quando la loro navetta spaziale è atterrata sul nostro pianeta (1994), infatti, è avvenuta la fondazione di un nuovo genere: una musica cosmica, passateci il termine.

Sono le ore 18: sul palco dello stadio salgono gli italiani Calibro 35 e si dilettano nel loro alternative funk di fronte a una folla esigua, ottenendo un successo altrettanto limitato. Arrivano i tecnici, sistemano un po’, scendono. Mentre una playlist mica male viene fatta passare come intermezzo, degli strani tizi dell’Hertfordshire giungono a destinazione. Sono i Friendly Fires, il cui cantante è un fenomeno del ballo ed il sassofonista un bellissimo vecchietto. L’audience risponde con degli urletti e dei battiti di mani (alquanto sommessi) a “Jump In The Pool” e “Paris”, benché i ritmi siano intensi e coinvolgenti.
Il pubblico si dimostra maggiormente disposto ad acclamare Tom Meighan, voce dei Kasabian, che si esprime tramite la formula “Fucking” accostato a un termine a scelta tra “wow”, “San Siro” e “hands up”. Gli applausi vanno a pezzi quali “Shoot The Runner”, “Empire”, “Vlad The Impaler” e “Club Foot”, che sentiti dal vivo risultano assai più interessanti che da incisi. Lo dimostra un anziano fonico che viene inquadrato tamburellare le dita ritmicamente su un amplificatore.

Il Meazza è ormai quasi al completo quando la band britannica se ne va per lasciare il posto a ben altro.
Il bello, di fatto, deve ancora arrivare.

Ore 21.15.
Sulla sinistra del palco sovrastato da una struttura a mo’ di carena avvenieristica di vascello si materializzano delle persone vestite di rosso che sbandierano salendo sullo stage. L’uditorio sta in guardia e osserva con attenzione finché i tre maestri del Devon, i Muse, prese chissà come e da chissà dove le proprie postazioni, non attaccano con “Uprising”. I megaschermi proiettano immagini futuristiche dello spazio e dell’universo, mentre la forza applausiva di 61800 omini viene liberata attraverso ogni spalto di ogni settore: è il delirio ed il pradiso al contempo, l’ascesi trascendentale e corporea che porta l’essere umano in una dimensione parallela. Matthew è dio, ma è umile e non si atteggia da grande star; Dominic continua a sorridere e a sudare abbondantemente; Chris rimane serio ed impassibile per la durata di tutto il concerto.
San Siro conosce tutte le parole, di qualsiasi canzone si tratti, tant’è che la voce guida decide talvolta di tacere per lasciarlo parlare tramite le note armoniche dei successi seminati dal gruppo new prog durante la sua carriera.
I cori si susseguono con l’intensità di un suono che ne contiene migliaia all’interno. I flash illuminano lo stadio più delle misere stelle che si intravedono dalla copertura architettonica.
Tra una traccia e l’altra si concatenano improvvisazioni e finali a sorpresa, sempre accolti con meraviglia e stupore dai bambineschi fan che non si figurano l’avvenimento stante innanzi ai loro occhi.
Gli amanti si abbracciano e si scambiano sguardi d’intesa sulle note dell’ultimo singolo “Neutron Star Collision (Love Is Forever)”. Io mi limito a lodare la performance ed evitare occhiate indiscrete.

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Il primo duetto di basso e batteria apre l’ingresso al pianoforte dalla tastiera fluorescente (perché illuminato da luci al neon) con cui Matt declama l’unione di Europa ed Asia nell’utopica “United States Of Eurasia”- canzone che in molti vorrebbero come inno ufficiale, tra l’altro.
A seguire “Feeling Good” ed una seconda sessione che vede Dom e Chris su una piattaforma circolare che entra nella platea e gira su sé stessa: d’effetto la batteria che si colora di rosso e blu stroboscopici in base a quanto viene suonato.
È inevitabile che i due vengano raggiunti da Matt, investito dalle grida degli omini della folla, in particolare quando la piattaforma lo eleva, da solo, al centro dello stadio. Qui l’assunzione ai cieli è scongiurata dal ritorno ai posti di combattimento con l’esecuzione di “The Resistance”.
A un certo punto i tre presentano un loro caro amico di Como che sale sul palco, dice qualcosa al microfono e: BANG! Beccatevi “Back In Black” degli AC/DC in una versione strepitosa, dove la chitarra di Bellamy è capace di fare i baffi all’originale ed il cantante, scoperto poi essere Chris Cester dei Jet, possiede un tono praticamente uguale a quello di Brian Johnson (qualcuno lo credeva Brian Johnson, in effetti. Lo ammetto: anche io).
Terminata la spettacolare cover, Cester va a casa. L’intro di “House Of The Rising Sun” cede spazio a “Time Is Running Out”, che mobilita spaventosamente l’uditorio, già instabile di mente per le precedenti avventure.

Il momento magico per eccellenza, ad ogni modo, rimane “Exogenesis pt.1″: fra le dissonanze che si impastano sulla voce di Matt e la grafica sempre più elaborata, compare un disco volante argentato, da cui si cala un/un’ acrobata vestito/a di una tuta bianca scintillante che aderisce al fisico atletico. “WTF” è l’unica cosa che mi sia balzata per la testa in quel preciso istante. E lo ribadisco.
L’incanto si spezza uditivamente con la violenza di “Stockholm Syndrome” e visivamente con l’azzardatissimo (ma apprezzatissimo) completo di giacca+pantaloni su cui sono applicate lucine rosse e blu che si illuminano in progressione, ovviamente esibito dal compare Matthew. L’aggiunta di occhiali da incrocio tra discotecaro medio e Lady Gaga, poi, corona “Take A Bow”.
Dopo aver fatto passare palloni a forma di occhio gigante sulla platea, è tempo di chiudere il sipario nel migliore dei modi, come solo i Muse sanno fare.
Ecco allora Chris che si cimenta nell’arte dell’armonica a bocca, preludendo all’atmosfera western di “Knights Of Cydonia”. “No one’s gonna take me alive, time has come to make things right. You and I must fight for our rights, you and I must fight to survive”. Questo è quanto risuona tra gli spalti in continuazione.

Ed è l’eco che rimane nel cuore di chi rincasa alle 23.30, distrutto eppure contento, sicuro che un’esperienza del genere non gli ricapiterà mai più.

“Don’t waste your time, or time will waste you”.

Uprising
Supermassive Black Hole
New Born
Map Of The Problematique
Neutron Star Collision (Love Is Forever)
Guiding Light
Hysteria
United States Of Eurasia
Feeling Good
Undisclosed Desires
The Resistance
Starlight
Time Is Running Out
Unnatural Selection
Unintended
Exogenesis pt. 1
Stockholm Syndrome
Take A Bow
Plug In Baby
Knights Of Cydonia

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