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E senza l’ausilio della chirurgia estetica

Nel suo “Ragazze La Vita Trema”, Paola Sangiovanni illustra uno spaccato cruciale della storia italiana per descrivere il presente. Con lei, Alessandra Vanzi – una delle ragazze intervistate nel documentario e a sua volta attrice e regista – parla dei pericoli della cristallizzazione della Storia nella memoria comune e del fatto che femminismo non debba necessariamente coincidere con estremismo per cambiare le cose.

Nel film emergono in modo particolarmente evidente i punti comuni che legano la generazione del ’68, la sua e, auspicabilmente, le nuove generazioni. Da cosa è nato il bisogno di fare questo film e quali sono state le differenze generazionali ad evidenziarsi con maggiore forza?
P.S.: La mia è una generazione che non è stata coinvolta personalmente – eravamo bambini all’epoca. Ma noto sempre di più, nei quarantenni di oggi, l’esigenza di rileggere il passato in funzione del presente. Fino ad ora, chi ha parlato del periodo era legato alla propria esperienza. È invece importante che sia letto anche con capacità critica, non ideologica. Alessandra ha 7/8 anni meno delle altre e, essendo più vicina al ’77 che al ’68, ha vissuto un’accelerazione della storia, un ulteriore cambio generazionale. Si trattava di modi di parlare, di vivere, ancora differenti. È per questo che Alessandra dice «Siamo cresciute dentro al femminismo».
Io avevo vent’anni negli anni ’80, e si è trattato di un vero e proprio buco, un fermo, dopo un quindicennio simile. I rapporti umani sono cambiati, così come le dinamiche sociali. Si è trattato di un ritorno all’individualismo che ha gettato le basi per quello che sarebbe venuto dopo.

A.V.: Quello che mi colpisce delle nuove generazioni è la mancanza di utopia. La mancanza di un desiderio collettivo, dell’idea di mettere in comune. Con le violenze è venuto meno quello scarto utopico, soprattutto presente nelle donne.

Ciò che dal film emerge è un ’68 delle donne meno ideologizzato, molto diverso dalla visione che spesso si tende a darne. Da cosa è nata la decisione di concludere “Ragazze” con il richiamo tragico alle violenze e al terrorismo?
P.S.: Ho deciso di mettere un punto narrativo nel ’77, ma quello che si racconta è ciò che è avvenuto come reazione a questo. Come Alessandra dice all’inizio, «si è steso un velo pietoso su tutto» – si è scatenata una strumentalizzazione delle conquiste fatte, che sono state svuotate del loro significato originario attraverso una sottile repressione, che naturalmente si è estesa con i mass media. Ciò che si è oscurato è la libertà di espressione conquistata, la capacità di stare in pace con il proprio corpo, che non significava necessariamente atteggiamenti estremi.
Quello che cerco di sottolineare è l’uso che la cultura dominante ha fatto del corpo delle donne, come esso derivi da tale strumentalizzazione.

In effetti, la donna-oggetto di oggi non sembrerebbe molto distante dalla rigidità del corpo dell’angelo del focolare del pre-’68.
A.V.: Infatti. Anche un bimbo, lasciato di fronte a un televisore acceso, riceve, subliminalmente o meno, l’informazione «il corpo è in vendita».

P.S.: Questo combacia quasi con il bigottismo di prima, si tratta soltanto di una violenza più pervasiva poiché meno evidente. Quello che è importante è fare della storia uno strumento per leggere il presente

A.V.: Che è anche la ragione per cui nel montaggio hai usato parole chiave, quasi a delimitare dei temi centrali.

Nel lavoro con le quattro intervistate veniva seguita una sorta di “sceneggiatura”, una scaletta di domande da fare, o i temi emergevano spontaneamente? Si è prefissata un filo logico da seguire o questo è emerso in fase di montaggio?
P.S.: Una delle ragioni per cui preferisco il documentario è che è una forma libera e affascinante: non sono partita da una tesi da dimostrare, non sapevo cosa avrei raccontato, sono stata spinta dalla necessità della ricerca e ho trovato delle risposte solo alla fine. C’è stato un lungo lavoro preparatorio di raccolta dei dati, ma l’elaborazione di un metodo è giunta parallelamente con il lavoro. La parte più interessante è stabilire un rapporto con le persone nel quale sono io a mettermi in gioco.
[PAGEBREAK] Questo documentario è importante proprio come passaggio di testimone alle nuove generazioni. Come è possibile vincere il pregiudizio secondo cui “un documentario non è un film” e raggiungere un pubblico più vasto?
P.S.: Un documentario è un film. Spero il mio film trovi un pubblico; se questi film non vengono fatti circolare è per via di un’abitudine diffusa, in Italia più che in altri Paesi, che nasce dalla nostra storia recente, dalla storia della nostra televisione e dei canali di distribuzione cinematografica – sono solo due i poli principali: Medusa e 01, ed è ovvio che tutto venga inevitabilmente filtrato. Allo stesso modo le televisioni hanno una responsabilità fondamentale nell’abituare lo spettatore. Quello che importa è che la vitalità per portare avanti questo tipo di progetti non sia spenta.

A.V.: Lavoro nel teatro, e come si sa tutto è fatto attraverso bandi di concorso. Una volta ho presentato un progetto, che naturalmente non è passato, sull’utopia. Quando l’ho consegnato mi hanno guardato come se fossi pazza. Il che è una cosa disastrosa. Siamo nati nel dopoguerra, e anche nel caso di figli di partigiani la massima espressione di desiderio collettivo era il sentirsi figli di se stessi, la capacità di inventarsi le cose di sana pianta, di dare importanza a ciò che prima non ne aveva. È normale che già lo facessero in America, a Berkeley, ma farlo in Italia era inimmaginabile, nasceva da un fortissimo desiderio di reinventarsi le regole sociali, soprattutto nel femminismo: nel rivedere i filmati del periodo, colpiscono le facce delle donne – contadine, operaie, si tratta proprio di una forza che si è creata a tutti i livelli, in particolar modo nelle zone popolari. Ricordo che per la manifestazione del 12 marzo (1977 ndR) al telegiornale annunciarono di non uscire di casa e di chiudere i negozi; c’eravamo solo noi e la polizia. La prima volta che ci caricarono lo fecero in una strettoia, e si trattò di una carica violentissima contro donne, quelle stesse contadine e operaie, disarmate e totalmente pacifiche.

P.S.: Si trattava di una violenza più semplice, più evidente. Un epilogo, che alla fine non ho inserito nel film, è quello di Radio Città Futura nel ’79. L’esperienza di Radio Donna, del collettivo delle casalinghe a microfono aperto, si è conclusa con un attentato mentre la trasmissione stava andando in onda: si inizia con il telefono che non funziona, si sentono rumori sempre più forti provenire dal basso, con le persone ai microfoni che si chiedono cosa stia succedendo. I NAR hanno fatto irruzione e hanno mitragliato queste donne gambizzandole, per poi dare fuoco alla Radio.

Quest’anno la Mostra ha dato uno spazio inedito alla condizione delle donne. Perché proprio adesso?
P.S.: Perché si è giunti a un limite, ed è bene che se ne prenda consapevolezza, non soltanto per le donne.

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