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Eakos: “Amo l’oscurità perché ti permette di osare” [INTERVISTA]

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Il mondo dell’urban ha mille sfaccettature, molte delle quali non sono state ancora esplorate. Tra i tanti artisti in circolazione un emergente, Eakos, si sta facendo sempre di più spazio proponendo un tipo di hip hop molto cupo, impreziosito da inflessioni black e da una sonorità ben precisa, quello dell’UK garage. I suoi testi scavano a fondo nel privato emozionale, in un ibrido di generi fino a questo momento inedito in Italia. Basta ascoltare passaggi interessanti come “Diventare buio” e “Spine“, l’ultimo singolo pubblicato in tutte le piattaforme il 17 aprile 2020, per rendersi conto del potenziale dell’artista.

Abbiamo intervistato Eakos, facendoci raccontare qualcosa in più sul suo background, sul suo processo creativo e sui suoi progetti futuri.

 

Davide, siamo usciti dal lockdown da un po’ di tempo. Come hai vissuto il periodo di quarantena? Per molti creativi è stato una occasione per mettere le mani su nuova musica, altri invece sono stati bloccati a livello mentale dall’isolamento “forzato”…

Oltre alla musica faccio un altro lavoro. Lavorando in Smart Working sono riuscito a creare soltanto nei weekend; mi sono quindi limitato ad ascoltare tantissima musica, magari buttando giù qualche melodia, qualche parola che mi piace rimaneggiando testi a cui stavo lavorando; in generale faccio tutto in totale spensieratezza, nel momento in cui la creatività chiama mi fermo e cerco di concentrarmi quanto più possibile. La creatività non se n’è mai andata ma ho preferito fermarmi e lavorare sulle cose che avevo già preparato per prestare più attenzione al suono, alla strumentale.

Tu tra l’altro sei anche un producer. Come funziona il tuo processo creativo?

Non è da tantissimo che produco in maniera seria: da poco le cose sono diventate più impegnative a livello sonoro: io parto sempre dalla melodia, con la voce, che spesso campiono e inserisco su FL studio: o modifico la mia voce rendendola un sample oppure la utilizzo per costruire linee di 808, di basso, di chitarra di piano, di pad, ma parto quasi sempre da una mia melodia, da un motivetto da riprodurre. Spesso addirittura decido il titolo, scelgo il titolo del brano e da lì ci costruisco di sopra e il resto, il viaggio, arriva successivamente.

Mi ha colpito molto la tua ispirazione musicale costante, ovvero l’UK Garage. Da dove nasce questa passione? Forse da un tuo viaggio in Regno Unito?

In realtà in UK ci sono stato solo due volte, ho viaggiato parecchio, ho lavorato due mesi in Repubblica Ceca e ho assorbito molte sonorità dell’est, la mia passione per UK Garage deriva dalle bass line. Non ti saprei dare un riferimento in particolare. Ma tutto il mondo breakbeat, drill o grime che viene dall’Inghilterra, come Skepta o Slowthai,  prende spunto dal vecchio breakbeat anni 90 o da quel genere di musica house con il synth UK Garage con questa linea cupa che fa da tappeto alla strumentale che le consente di costruire melodie interessanti. Io sono innamorato di quei suoni cupi e dark che enfatizzano il contenuto del tuo testo, ti aiutano a rappresentare i tuoi sentimenti claustrofobici.

A questo proposito, il mood dark è una costante nei tuoi pezzi. Qual è il tuo rapporto con l’oscurità?

Non è semplice rispondere, è quello che mi attira di più rispetto agli altri sentimenti o atmosfere. Mi sembra davvero molto più produttivo attingere da quel mondo: i pensieri e i suoni più cupi nella storia hanno sempre regalato delle perle in tutti i generi musicali, penso ai System of down sono nel mio background. L’oscurità mi piace perché ti permette di osare anche nella scrittura, in quello che vuoi comunicare. La felicità, i colori, alla lunga potrebbero diventare fine a se stessi. l’oscurità può attingere da più parti: il cupo non è solo “Vedo tutto nero e la vita fa schifo”, dall’oscurità si può anche trarre insegnamento: tocchi il fondo, anche a livello mentale, ma hai sempre modo di imparare da ciò che ti ha buttato giù e tirare fuori i denti.

Cosa ci puoi dire della genesi del tuo ultimo singolo, Spine?

Il brano è stato scritto in brevissimo tempo, è come se le parole si fossero appiccicate di getto sopra la strumentale. Il loop vocale è la mia voce. Ho scritto quindi di getto, credo risalga al novembre del 2019. L’ho composta pensando a una storia passata da cui ho preso ispirazione e, ovviamente, è stata romanzata. C’è tutta la verità, è un brano molto mentale, una rottura vera diventata poi canzone.

Il tuo stile sembra proprio un unicum in Italia. Ci sono degli artisti in questo momenti in auge che ti piacciono particolarmente o da cui prendi ispirazione?

Bisogna essere molto cauti ovviamente, il nuovo talento può uscire davvero da ogni angolo, in qualsiasi momento. Attualmente nonostante tutto faccio fatica ad essere compreso, me ne accorgo anche semplicemente dai miei amici. Poi per un emergente questo periodo è davvero difficile, anche i big faticano a promuovere come si deve i loro progetti. In Italia non saprei indicarti un nome specifico, prendo ispirazione da tante personalità. Ci sono degli artisti che mi piacciono tantissimo, penso a Massimo Pericolo, il suo suono è davvero interessante, ascolto molto anche Irbis 37, ci sono poi questi artisti un po’ più piccoli che mischiano elettronica, r&b e soul. Io sono cresciuto con i mixtape di Travis Scott, lui è stato uno dei primi a fondere elettronica, rap e trap, uno stile che si calcolavano in pochi: “Rodeo”, il suo primo disco, è stato pioniere di un filone musicale che ascoltiamo tutti i giorni. Poi penso a Kid Kudi, Crookers, l’irlandese Eden che fa musica elettronica e canta sopra le basi. Le sonorità arrivano da tutto il mondo. Il genere musicale predominante è r&b, elettronica e un po’ di house. Non so se in Italia se c’è qualcuno che fa questa roba qui che faccio io. Sarebbe interessante sentire qualcosa di simile fatto da qualcun altro. Il gruppo di persone fa più rumore. Io, a prescindere da tutto, proseguirò per la mia strada.

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