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  • Earth: Hex

    Earth

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Un paesaggio in bianco e nero

Dylan Carlson avrebbe potuto esagerare. Dopo la digressione semi-stoner di “Pentastar” sarebbe potuto rimontare sullo schiacciasassi drone che aveva contribuito a inventare, ora che alla guida ci sono i lanciatissimi Sunn O))). Invece non l’ha fatto: ha esplorato territori meno estremi, ha messo un freno al low-end e ha schiodato la manopola della distorsione dal fondoscala. In breve, ha dato alla luce quello che finisce per essere il disco più accessibile degli Earth.
Le vibrazioni iniziali di “Hex”, uniche eredità del passato rimaste realmente evidenti, sono destinate a svanire come un miraggio ai primi colpi di grancassa: si fanno strada le suggestioni western, sostenute da riff sabbathiani dilatati, sospese sopra un calmo lago di feedback; la circolarità delle composizioni è impreziosita da banjo e slide; in qualche punto tra le pieghe del suono si nasconde persino un trombone.
Ma sarebbe scorretto ricondurre questa proposta musicale a una mera somma di elementi: perché il disco è quanto di più organico possiamo desiderare, e soprattutto perché, oggi come in passato, ciò che qualifica profondamente un’uscita degli Earth è l’atmosfera che l’avvolge, l’aura che la permea. Sembra quasi che al posto del nichilismo senza compromessi degli esordi sia subentrato uno sguardo esistenzialista: osserviamo un paesaggio multiforme ma sempre uguale a se stesso, osserviamo le nostre sensazioni mutare a poco a poco nel tempo, mentre ciò che ci circonda muta assieme a noi – o forse no. Ma forse ciò che conta è soltanto la riconquista del tempo necessario per osservare e osservarsi, accettando serenamente la negatività, accettando l’indeterminatezza del destino e l’impossibilità di definire un Finale che sia qualcosa di più di una semplice supposizione.
Ecco quindi che le canzoni, seppur dinamiche e ricche di groove, si esauriscono l’una nell’altra senza mai ostentare colpi di coda, climax o progressioni ad effetto, in un andamento assolutamente umano, disteso e naturale; fino a quando, dopo aver lambito con una lenta passeggiata le propaggini più crepuscolari del post-rock, si giunge all’ultima traccia, dove siamo cullati da frammenti di chitarra pulita che devono molto al Neil Young di “Dead Man”. E siamo invitati a ripartire. Se vogliamo.

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