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Echobrain, oltre a Newsted c’è di più

Il principale difetto dell’opera prima degli Echobrain era di essere stata propagandata come il lavoro del nuovo gruppo di Jason Newsted. Un’ovvia strategia di marketing che ha finito per far passare in secondo piano l’effettivo valore di quel disco e di quella band, indipendentemente dall’apporto dell’ex bassista dei Metallica. Tanto è vero che due anni più tardi, senza Newsted al basso (presente solo in qualità di produttore esecutivo), e forti di un’esperienza come supporter nel tour di Neil Young, in “Glean” gli Echobrain confermano tutte le premesse del debutto. Intenso, malinconico, in continua mutazione per seguire i voli di una band che evidentemente fatica a rimanere ingabbiata. Si possono scovare tracce di Rem così come di Radiohead o A Perfect Circle (in alcuni passaggi dell’opener “Jellyneck”). Non mancano echi di Audioslave e sua maestà Jeff Buckley. Di tutto un po’ insomma, ma senza essere mai una semplice copia dei punti di riferimento. Gli Echobrain sono un perfetto esempio di una forma di rock in cui la parola d’ordine è semplicità. Dylan Donkin e Brian Sagrafena adottano spesso arrangiamenti spogli, donando un gusto lo-fi che si adatta benissimo alle melodie, questo anche quando l’energia torna a fluire e le radici grunge esplodono in brani come “You’re Sold” o “Out Of Reach”. Salvo poi divertirsi a sovraccaricare di effetti la voce e le chitarre di “Hardheaded Woman”. Rispetto al primo lavoro eponimo sembra esserci un’atmosfera più sixties, come nella beatlesiana “Beat As We Go”, o nelle ballad dolciamare “Modern Science” e “Nowhere Too Long”.

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