Home > Recensioni > Eden

I film generazionali cominciano a rappresentare anche la nostra generazione dei nati negli anni 80, segno evidente del tempo che passa. La mia quasi coetanea Mia Hansen-Løve, regista francese nata nel 1981 e già premio speciale della sezione Un Certain Regard a Cannes nel 2009 con “Il padre dei miei figli”, tratteggia gli ultimi due decenni con la sua ultima opera “Eden”, presentato nella sezione Gala del Festival Internazionale del Film di Roma 2014.

La chiave rappresentativa per raccontare quegli anni è la nascita, lo sviluppo e la morte del movimento musicale denominato French Touch, una sorta di via francese alla musica elettronica che ha avuto (e ha ancora, sono tutti in attività) negli Air e, soprattutto, nei Daft Punk i gruppi più rappresentativi. Il film in particolare si concentra sul Garage, «come la House ma più Disco», per usare una battuta del film.

La storia di Paul (Félix de Givry) è quella della sua ascesa e caduta. Liberamente ispirata a quella del fratello di Mia Hansen-Løve, Sven, che è stato proprio in quegli anni un DJ affermato dell’ondata del French Touch, Paul e i suoi amici mettono insieme i Cheer, duo di dj che inizia ad affermarsi soprattutto nell’organizzazione delle feste in club rinomati di Parigi. Intorno alla musica, scorre la vita, si consumano droghe, nascono figli, muoiono amici. Paul non farà mai il grande salto; i Cheers non hanno il quid necessario alla scalata al successo che invece hanno i Daft Punk, loro compagni di serate.

Per i fan di questo genere musicale, la cosa più interessante rimane quella di vedere i giovani Daft Punk, interpretati da Vincent Lacoste e Arnaud Azoulay, partire dai piccoli club di periferia per arrivare al successo.

Eden” è assimilabile al recente e ben più riuscito “Qualcosa nell’aria” di Olivier Assayas: gli anni sono diversi, la politica non interessa più, le droghe sono sintetiche, ma per il resto il percorso narrativo resta sostanzialmente lo stesso. La storia di Paul è paradigmatica: una generazione che si balocca con l’idea di fare arte, ma con il passare del tempo i sogni svaniscono, i soldi di mamma non bastano più, e si finisce a lavorare in un call center.

Due capitoli differenti: il primo, molto più lungo, “Garage Paradise”, è quello dell’ebbrezza della gioventù, delle mille possibilità potenziali, dei sogni; il secondo, secco e cupo, “Lost in Music”, è quello del rovinoso atterraggio nella stagnante palude chiamata realtà contemporanea. La compilation della colonna sonora, con più di 40 successi dell’epoca, sarà vendutissima, ci scommetto. Se siete amanti della dance, al contrario del sottoscritto, aggiungete tranquillamente una stella alla valutazione finale.

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