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Edenbridge: Incrollabili

Non esiste nessuna crisi economica, nemmeno quella del mercato dei cd, quando la ferma volontà di una band di fare musica si sposa con lo spirito solidale dei fan. Solo in questo modo gli austriaci Edenbridge hanno potuto dare alle stampe “The Bonding”, il nuovo disco in studio a base di symphonic metal. Attraverso il confronto col leader della band, il chitarrista e compositore Lanvall, LoudVision ricostruisce un’esperienza che spinge ancora più in là i confini del crowdfunding.

Ciao e benvenuto su LV. Come si discosta l’album finito rispetto alle idee di fondo, che avevate già buttato giù nel 2010?
Penso che sia molto migliore. Non è possibile pensare come il disco avrebbe suonato nel 2010, perché troppe cose allora dovevano ancora essere fatte. Nel 2011 gran parte della musica era pronta, ma l’album era comunque indietro. Mancavano i testi e il contributo dell’orchestra.

Ci sono state difficoltà nel reclutare la Klangvereinigung Orchestra di Vienna?
Volevo registrate di nuovo con una vera orchestra dopo che già lo avevamo fatto con “MyEarthDream” del 2008. Non sapevo però come permettercelo stavolta, ma un fan austriaco si è messo in contatto con me e ha scritto che avrebbe amato avere l’orchestra nel nuovo disco e si è offerto di finanziare un terzo della spesa. Un altro fan dalla Germania, nostro amico, ha stanziato un’altra somma importante. Con questi soldi abbiamo registrato l’orchestra e, dopo avere concluso, abbiamo contattato i fan e abbiamo chiesto direttamente se fossero interessati a un’ulteriore sponsorizzazione, in cambio del cd con la dedica. La risposta è stata travolgente.

Non siete ricorsi quindi alla mediazione di siti di crowdfunding?
No. La newsletter dei nostri fan è molto lunga, poi c’è il fan club, il sito ufficiale e la pagina Facebook. La cosa bella è che, di norma, gruppi e progetti inoltrano questo tipo di richieste agli ascoltatori in anticipo rispetto ai lavori in studio. Noi invece avevamo già registrato l’orchestra quando abbiamo chiesta la sponsorizzazione da parte dei fan. Intendo dire che non avrebbero corso alcun rischio, perché si trattava di un progetto già registrato.

È un problema sovrapporre l’orchestra e le parti elettriche?
Quando entra, l’orchestra sale in primissimo piano. Può non sentirsi con chiarezza quando c’è la chitarra, ma è sempre lì e secondo me rende bene ogni volta. L’orchestra segue una vera trama e nel mio lavoro la musica viene sempre creata per prima. Quando la scrivo ho già in mente la struttura ritmica e le linee vocali. Le melodie canore sono la cosa più importante e solo quando tutto il resto è pronto scrivo i testi.

Robby Valentine collabora anche in questo disco. Ma chi è?
È un amico che si occupa dell’accompagnamento vocale sin da “The Grand Design” del 2006. È diventato molto importante per noi perché interpreta alla perfezione il tipo di cori che ho in mente io per rendere più imponente una canzone. La sua voce va molto d’accordo con quella di Sabine e la cosa bella è che è riuscito a registrare tutto il suo contributo in dodici ore. È incredibile, considerando che talvolta si occupa di 48 voci per parte. Il primo take è sempre buono con lui.
[PAGEBREAK] In “Shadows Of My Memory” fa capolino un growl.
È la seconda volta che lo usiamo, la prima era in “MyEarthDream”. Nella nuova canzone è molto importante perché quei versi esprimono un grande dolore. È stato perfetto anche perché sono parti del nostro nuovo bassista, Wolfgang, ed è stato logico affidargliele. Anche nel vecchio brano era il bassista a occuparsi di quelle parti.

I concept degli Edenbridge sono sempre abbastanza astratti, proprio come le copertine dei dischi. Volete spiegare l’artwork di “The Bonding”?
Con le copertine cerchiamo di dare un’espressione del lato mistico dei testi. L’artwork è ancora una volta di Anthony Clarkson ed stato un lavoro lungo, perché noi gli abbiamo dato l’idea, ci ha girato le bozze e noi gliele abbiamo restituite modificate. Questa volta volevamo una spirale in copertina che potesse dare l’effetto, guardandola, di essere risucchiati nell’immagine. La spirale è anche un simbolo antico: la gente rappresentava questa forma che si può ritrovare in natura, è un messaggio di crescita e sviluppo.

La title-track è la vostra traccia più lunga di sempre. È un dettaglio studiato?
Difficile anticipare quanto verrà lunga una canzone. In questo caso mi era chiaro che, dopo averne scritti i primi nove minuti, non poteva finire lì. Questa parte, che sarebbe stata la prima di tre, l’ho messa da parte per qualche mese perché non sapevo come andare avanti. Poi è iniziata la stesura della seconda parte ed è stata una cosa veloce. Anche questa è stata momentaneamente messa in freezer. Con l’ultima parte si è infine giunti a quindici minuti di durata dell’intero brano. È fondamentale cercare di adeguare ogni elemento al proprio modo di sentire, così le cose giuste vengono fuori.

Come si discosta l’ultima produzione da “Arcana”, il più acclamato dei vostri primi album?
Non ci vedo molto in comune. Il compositore è lo stesso e la cantante pure, ma quello è di fatto il nostro primo album, dato che l’esordio era stato segnato da varie carenze tecniche. Se si ascoltano le canzoni di dieci anni fa penso si possano sentire enormi differenze: in questo lasso di tempo si progredisce come compositori, musicisti e esseri umani e credo che si senta nettamente nel nuovo disco, che va molto in profondità con le emozioni. Non è solo una questione di qualità della registrazione. La profondità e la sentimentalità della nostra musica si sono evolute moltissimo rispetto ai dischi d’esordio.

Dov’è il mercato dei vostri dischi al di fuori dell’Europa?
Gli sbocchi principali sono Stati Uniti e Giappone. Abbiamo però fatto dei tour in Corea, Cina e Indonesia e uno show acustico in Vietnam. Non siamo mai stati negli Stati Uniti, speriamo che con questo album le cose possano cambiare. Anche in Giappone occorre vendere moltissimi dischi per andare in tour. Le band metal con una donna al microfono hanno sempre qualche difficoltà a emergere in quel posto. Difficile poi parlare del Sud America, dove i bootleg sono ancora diffusissimi. Io però con gli Edenbridge ci vivo, da dodici anni. Mi occupo di tutta la musica, dei testi e della maggior parte del lavoro di management. La band mi impegna a tempo pieno, ogni giorno, il 70% va con l’organizzazione è il 30% nella scrittura della musica. Collaboro per qualche produzione, ma è una cosa marginale.

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