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Ordine spastico

Gli Edible Woman fanno capolino nel 2013 con un album registrato ancora in presa diretta, ma adesso da Mattia Coletti col master di Rico degli Uochi Toki.
Lingua ufficiale della nazione è l’inglese, cantato con una voce più sommessa rispetto al passato spavaldo, come è giusto che sia dopo che una band s’è fatta un minimo di esperienza in giro per palchi.

Non è biunivoca la corrispondenza tra “Nation” e uno specifico genere musicale: la sperimentazione in lungo e in largo produce accostamenti che all’inizio paiono stridere, ma che poi acquistano un senso preciso e ordinato.
I pezzi sembrano richiamare gruppi del passato quali Wall Of Voodoo (“Call Of The West” è un loro LP), Joy Division, Talking Heads, persino i Can.
Una nazione che guarda indietro per costruirsi il futuro?

I rimandi agli anni Settanta e Ottanta sono molteplici, sempre intelligenti e mai scontati del tipo “copia e incolla ché nessuno se ne accorge”. Il post-punk, il noise, la psichedelia e il rock riescono a convivere senza scannarsi, formando nell’insieme paesaggi onirici di una caoticità paradossalmente armonica con ciò che la circonda.
“A Hate Supreme” centra appieno l’ossessione-compulsione con una linea che sembra nata dalla stretta di mano tra Ian Curtis e David Byrne.
Un sette e mezzo meritatissimo.

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