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Effetto Nevermind

Vent’anni fa erano gli anni Novanta, e tutti ci si sente un po’ più vecchi. Tutti, anche quelli appena maggiorenni. Perché, per quel poco che possono valere i ricordi dell’infanzia, gli anni Novanta ce li siamo vissuti tutti. Dieci anni fa. Ah, no, venti. Vent’anni fa esatti l’underground diventava magicamente mainstream. Vent’anni fa in televisione davano “Smells Like Teen Spirit”. Vent’anni fa esatti abbiamo assistito all’apice dell’ultima grande rock band, l’ultima definibile generazionale. Della così detta Mtv generation.

Mtv era paillettes, era brillantini, era video saturi di colore, era capelli cotonati e rockballad da accendino allo stadio. Mtv era politically correct, democratica e progressista, giovane e libera: promulgava la cultura, anche quella del diverso. Insomma, Mtv non era più un’emerita sconosciuta all’interno del panorama socio culturale mondiale (soprattutto americano ed inglese, con le dovute differenze), e rivestiva un ruolo di spessore nella formazione della gioventù anglo-americana (almeno questo, qui in Italia, ce lo siamo risparmiato). Una sorta di nu-pedagogy con la quale il canale televisivo cercava di spacciarsi per cultura alternativa, nascondendo in realtà il mostro del capitalismo pronto a fare il lavaggio del cervello di milioni e milioni di ragazzi e ragazze. Il tripudio della società di massa, un proto Big Brother che penetrava nella coscienza dei ragazzi che, passivi, assorbivano tutto sdraiati sul divano, magari con una busta di patatine ed una Coca Cola in pugno, col volto illuminato dalle accattivanti immagini dello schermo. Solamente internet, molti anni dopo, sarebbe riuscito a spodestare Mtv dal trono che, da sola, era riuscita a costruirsi in così poco tempo. Fino ad allora il monopolio della cultura giovanile era nelle sue mani.

I Nirvana, vent’anni fa, avrebbero avuto le carte in regola per essere i nuovi Beatles, se non fosse stato per Mtv. Non fosse stato per Mtv avrebbero potuto cambiare il mondo, invece sono riusciti solamente a cambiare il mondo della musica. Certo, non è poco, ma avrebbero potuto fare molto di più.

L’underground che entra nel mainstream, il regno del pop, è un evento; un evento che per i Nirvana ha segnato il loro massimo splendore e, al contempo, la loro sconfitta. Ma perché? Perché considerare questa una sconfitta, quando in realtà i Nirvana hanno ottenuto comunque un buon successo con In Utero due anni dopo e, a distanza di vent’anni, sono ancora ricordati come ultima grande band generazionale? Ragazzi, questo è solo il lato positivo della medaglia.

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Nel momento esatto in cui un sound esistente ormai da quasi una decina d’anni (perché ricordiamolo, quello dei Nirvana è il sound che gli Hüsker Dü hanno inventato nell’84 con “Zen Arcade”), dato ormai come roba di nicchia, sale a galla e diventa il pilastro su cui si basa tutta la programmazione di un canale televisivo, si va incontro ad una banalizzazione e ad una mercificazione di suddetto sound. Su questo si basa La Moda: sulla banalizzazione. E qui avviene la prima, grande disfatta per i Nirvana. Quello che poteva essere un sound puro e spontaneo finì per diventare il mezzo mediante il quale il grande burattinaio televisivo subdolamente finì per riunire le masse. Ma non è questa la vera tragedia per i Nirvana, a livello prettamente personale. Se infatti questa disfatta possiamo definirla sociale, ne avviene un’altra ben più evidente che tocca personalmente i membri della band, tanto da portare Kurt Cobain al suicidio.

La verità è che Cobain, con tutto il frastuono creato da Nevermind, aveva la gioventù mondiale nelle proprie mani. Mtv, le case discografiche, il capitalismo musicale avrebbero sempre dettato le linee guida dell’effetto Nirvana, ma Kurt poteva sfruttare tutta questa fama e questi mezzi per perpetuare un messaggio, per risvegliare delle coscienze addormentate. Il fatto è però che il leader dei Nirvana, in realtà, non aveva nulla da dire. L’unica cosa che gli riuscisse particolarmente bene era dare adito alla propria frustrazione traspondendola in musica. Il successo, la fama, le masse, tutto ciò spaventò moltissimo Cobain, che si tenne volontariamente alla larga dalla potenzialità persuasiva che, nolente, si era ritrovato ad esercitare. Ed ecco spiegato il perché, due anni dopo, dell’uscita di un album rude, cattivo, sanguigno come In Utero. Un album che cercò, in parte con successo, di allontanarsi da tutto ciò che poteva essere stato “Nevermind”. E le vendite ne risentirono eccome: ad una settimana dall’uscita, In Utero riuscì a vendere meno di duecentomila copie (stracciato insomma da “Vs” dei Pearl Jam, che nello stesso lasso di tempo vendettero quasi un milione di copie). Qui sta la vera tragedia dei Nirvana, e in particolare di Cobain. Ritrovatosi con il potere tra le mani, e rendendosi conto di non avere la più pallida idea di come utilizzarlo, Cobain cercò di sfuggirgli. Per questo uscì “In Utero”: il disco rispecchiava lo stato d’animo di Kurt e la voglia di fuggire dalla situazione che gli si era parata attorno. “In Utero” è una sorta di rinuncia alla vita, un’alienazione all’interno del grembo materno impossibile da attuare, se non mediante la morte.

Sono cose che abbiamo sentito dire da molti più e più volte. Su internet spopolano pagine sulla falsa riga di questa; negli anni sono stati scritti libri, articoli sulle testate giornalistiche più importanti, dibattiti sui più svariati canali televisivi. Eppure sembrava giusto ricordare, a vent’anni esatti dall’uscita di Nevermind, le dinamiche che tale evento scatenò nel mondo occidentale. Per rendersi conto che, se alcune cose accadono, non è per predestinazione ma perché qualcuno vuole che accadano. Per ridimensionare, nel bene e nel male, un disco che da una parte può sembrare senza pretese e dall’altra una splendida operazione commerciale. Perché sarà anche facile ricordare, ma è ancor più facile dimenticare.

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