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El Cijo: Just a rebel band

Appena prima di salire sul palco della Casa 139 gli El Cijo ci concedono questa intervista in cui ci raccontano di “Bonjour my love”, il loro primo full length album, dell’ incontro con Gilberto Caleffi e degli obiettivi di una band che ha scelto di avventurarsi nei territori sonori più disparati.

Cosa significa “El Cijo”?
Significa semplicemente “il ciglio” nel nostro dialetto. Noi siamo di Ancona e il dialetto che si parla da quelle parti è per certi versi molto simile allo spagnolo. Scegliendo questo nome abbiamo voluto anche identificare parte del nostro sound.

Il vostro genere contiene molte influenze, voi come lo definite?
È difficile dare una definizione univoca; sicuramente di base è folk inteso come musica popolare. Oltre a questo ci sono moltissime contaminazioni come il jazz, il rock e il blues. Il folk è per noi il punto di incontro di tutte le nostre influenze. Infatti ognuno di noi infonde nella musica che scriviamo la propria matrice che è ricavata da ciò che ha ascoltato. Abbracciamo vari generi, ma senza affrontarli mai completamente.

C’è chi scrive i pezzi o gli arrangiamenti in particolare? Come dividete il lavoro?
Scriviamo e arrangiamo tutti insieme in modo che ognuno apporti la propria influenza nella musica. Il tutto è sempre frutto di più menti.

“Bonjour My Love” è il vostro primo album, come sta andando? E come avete registrato?
Benissimo! È stato registrato in 15 giorni a gennaio 2008 ma è uscito ufficialmente a ottobre 2008 a causa di varie vicissitudini.
Avevamo delle buone aspettative al riguardo e devo dire che sono state rispettate nonostante avessimo registrato il disco completamente in casa. Il mastering invece è stato fatto in America da Kevin Nix. Ha fatto un ottimo lavoro, ma è stato difficile mantenere i contatti: decidevamo tutto via telefono!

Parlatemi dei testi…
Simone: Li scrivo quasi sempre io. Per noi i testi sono importanti a livello compositivo; devono avere una valenza musicale all’interno della canzone. Insomma ricerchiamo la melodia più che il significato.
Mi piace usare parole che stiano bene con l’atmosfera del pezzo. In primis devono suonare bene, il significato lo dà l’ascoltatore. Non vogliamo che le parole stiano sopra la musica o che la musica sia un corollario solo perché siamo italiani che cantano in inglese. Credo che se volessimo davvero mandare un messaggio scriveremmo in italiano.

Siete prodotti?
Sì, siamo sotto contratto con la Still Fizzy, etichetta neonata con cui abbiamo intrapreso il cammino per questa sfida. Abbiamo conosciuto il nostro produttore Gilberto Caleffi e ci siamo messi a lavorare con lui perché ci siamo trovati bene soprattutto a livello umano. Inoltre è il primo gruppo in cui copre il ruolo di produttore e questo è stato motivo di entusiasmo sin dall’inizio della collaborazione.

Come vi siete incontrati con Gilberto?
Ci siamo incontrati dopo aver registrato un demo di sette tracce in modo molto casalingo. Devo ammettere che ha funzionato: ha ascoltato i pezzi e ci ha suggerito delle integrazioni sonore adatte. Abbiamo anche fatto un discorso di cura dei particolari e infine abbiamo registrato il disco.
Ora Gilberto è come se fosse in tutto e per tutto un membro della band.

Di quale strumentazione vi siete avvalsi per registrare in casa? Digitale o analogica?
Ci siamo chiusi in una casa in campagna per circa venti giorni; un posto fantastico! Non abbiamo utilizzato grande attrezzatura a parte un paio di buoni microfoni, un buon pre e un computer. Abbiamo scelto il digitale perché ci permette di editare molto più facilmente, di fare take su take e anche improvvisare.
[PAGEBREAK] Avete più cantanti, quindi vari stili interpretativi?
Sì, su disco ci sono più voci anche se dal vivo cantiamo in due. Sono due approcci diversi, tanto che su disco ci sono anche voci femminili. Così è anche per la musica: i pezzi sono riadattati per il live perché su disco c’è molto overdubbing. Dal vivo abbiamo la batteria mentre su disco appare raramente. Ora nel gruppo c’è anche Iury, il batterista, come membro ufficiale. Questo ci offre la possibilità di proporre i pezzi in modo più ritmico e diverso, pur mantenendo le stesse atmosfere. Nei live puntiamo molto sull’impatto.

Siete mai usciti dall’Italia?
No, siamo giovanissimi! Non all’anagrafe, ma come band: il disco è uscito da poco e abbiamo tutta una vita davanti. Arriviamo tutti da altre band e dal demo al disco è passato davvero pochissimo tempo. Uscire dall’Italia rimane comunque uno dei nostri obiettivi futuri.

Come descrivete il vostro immaginario?
È improvvisato. Non saprei che tipo di immaginario avere, ma ciò che trovi nel booklet del disco sono immagini di Ericailcane. È un disegnatore davvero capace, che abbiamo chiamato appositamente per le illustrazioni del booklet dell’album. Dopo aver ascoltato e apprezzato la nostra musica ha fatto il lavoro di sua spontanea volontà. Ci ha regalato una serie di disegni che volendo possono essere visti come il nostro immaginario. La collaborazione con lui ci ha dato ulteriore visibilità perché con i disegni del booklet è stata poi allestita una mostra e molte persone sono arrivate a conoscere noi tramite la sua arte.

Cosa vi influenza oltre alla musica?
Il cinema sicuramente, il teatro un po’ meno, ma qualsiasi cosa sia artistico lo accogliamo a braccia aperte. Anche la birra ci influenza!

Quali dischi vi hanno fatto dire: nella vita voglio suonare?
Simone: dai Nirvana al punk, anche un pizzico di hard-core ma non c’è un disco vero e proprio.
Marco: non credo ci siano dischi fondamentali anche se le mie origini musicali provengono da musiche canadesi.
Pietro: da piccolo ascoltavo Joe Coker. È stato il mio primo approccio alla musica ma non mi piace legarmi ad un nome o ad un album.
Iury: la musica l’ho ascoltata sempre. Mio nonno e mio padre erano batteristi; mio nonno è famoso perché è stato uno dei primi a suonare il jazz. Adoro Bonham, quando ho scoperto i Led Zeppelin ho iniziato ad andare a lezione!

Un paio di domande al signor Caleffi. Cosa l’ha spinta ad essere produttore?
Era un idea che avevo da anni e dovevo solo incontrare le persone giuste. Sono cambiate un sacco di cose negli ultimi tempi dal punto di vista professionale e questo ha reso possibile il tutto. Con gli El Cijo, però, è stato diverso: li conoscevo già perché avevamo lavorato insieme per altre cose, poi abbiamo pensato di collaborare anche nella musica. Ho avuto il piacere di conoscerli prima come persone e poi come musicisti, e per ora il matrimonio è felice, faccio da moglie e da suocera allo stesso momento!

Chi ascolta El Cijo cos’altro dovrebbe sapere?
Non sono bravissimo a fare pubblicità ma sicuramente dovrebbero venire ad ascoltarli dal vivo. La miscela che propongono è molto originale, perché è eterogenea ed efficace. Più che in Italia il suono degli El Cijo potrebbe essere apprezzato negli USA. Ci speriamo come un sogno, ma è anche un po’ il nostro obiettivo.

Last hot question: riuscite a vivere con la vostra musica?
No! Siamo nati ieri e poi è proprio difficile farlo anche se è uno dei notri obiettivi. Non abbiamo nemmeno l’esperienza per dire che non si può fare, ma sarebbe un grosso privilegio. Per ora ognuno di noi ha un altro lavoro che non c’entra nulla con la musica. Questo si che è un argomento scottante…
vedremo cosa ci riserva il futuro!

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