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El Santo: Il topo esce dal muro

Gli italianissimi El Santo hanno da poco buttato fuori un disco mica male, intitolato “Il Topo Che Stava Nel Mio Muro” e che contiene undici brani di rock alternativo dal fascino a suo modo internazionale.
Ecco cosa ci siamo detti riguardo al lavoro e a ciò che circonda il mondo di Giorgio Scorza, Pasquale Defina, Lorenzo Borroni e Daniele Mantegazza.

Com’è avvenuto l’incontro con la musica per ciascuno di voi? C’è stata qualche persona che vi ha suggerito di provare con uno strumento?
Beh, in maniera diversa ma, allo stesso tempo, simile per tutti e tre: l’amore per la musica è qualcosa che ognuno porta dentro, più o meno consapevolmente, e che in una certa fase della vita emerge con prepotenza.
Nel nostro caso, banalmente, questa passione si è potuta sfogare, concretamente ed attraverso uno strumento, da ragazzini grazie al supporto di genitori pazienti che hanno saputo “sopportare”, oltre che supportare, questi sfoghi di creatività giovanile…

Che cosa vi ha spinti a diventare una band? E il vostro nome da dove viene? Vi conoscevate già da prima di intraprendere questo percorso?

Sì, ci conosciamo da molto tempo. Eravamo già una band (La stasi); ma, ad un certo punto, abbiamo sentito l’esigenza fisiologica di portare avanti un cambiamento, sonoro, attitudinale, finanche personale.
L’incontro con Pasquale Defina, che ha svolto il ruolo di produttore artistico del lavoro, è stato determinante, in questo senso.

Quello che oggi siamo, come band, è il risultato di mesi di lavoro in cui abbiamo tentato di dare forma compiuta a tutto un insieme di urgenze e di umori (talvolta poco chiari perfino a noi stessi) emersi spontaneamente, in una sala di pochissimi metri quadrati, cercando di spogliarci di fronzoli ed orpelli.
Ed anche il nome EL SANTO è arrivato in questa fase di pre-produzione, cammin facendo: guardando da fuori i brani e vedendoci deserto, solitudine, rabbia, coraggio ma anche una sana dose di ironia e di attitudine cinematografica.

Quali sono i dischi di cui non potete fare assolutamente a meno?
Eheheheheheheheheh…questo sarebbe un elenco troppo lungo.

Quali invece siete contenti di non possedere?
Non sapremmo: non possedere un disco significa non averlo ascoltato, e i dischi vanno sentiti bene, con cura, attenzione e rispetto.
Fondamentalmente, ci piace la buona musica, e la cerchiamo a prescindere da generi, mode e preconcetti.
E pensiamo che parlare male dei dischi altrui non aiuti a mantenere una buona opinione del proprio lavoro.

Arriviamo al vostro album: come ne avete scelto il titolo?
Il titolo “Il topo che stava nel mio muro”, è una frase tratta da “Ossessiva”, ultima traccia del disco; una bella fotografia di un bruttissimo momento.
Un brano nato di getto, in una fase di attesa, che rappresentava il bisogno di buttare fuori tanta confusione ed al quale siamo molto legati.

La fase di scrittura e di successiva registrazione com’è stata?
A livello di genesi, prima sono nate le idee musicali, alcune con un certo grado di compiutezza, altre grezze e istintive. E su queste si è suonato, seguendo la corrente di quello che emergeva di volta in volta. Parallelamente è iniziato il lavoro sui testi e la conseguente ricerca di un messaggio, un pensiero, un desiderio da affidare ad ogni brano, identificandolo. Ma il percorso è stato molto spontaneo e “ordinato” da un sano caos creativo.

C’è un episodio particolare di cui vorreste renderci partecipi?

Di episodi…davvero…TROPPE NE SONO SUCCESSE! È stato un piacere ed un onore lavorare alle Officine Meccaniche.
In questo luogo “magico” che, tra personaggi e situazioni, avrebbe così tanto da raccontare, si respira un’aria particolare.
Questo, insieme al nostro fermento ed alla nostra ricettività dovuti alla registrazione, chiaramente, ci ha portati a vivere una lunga serie di momenti che rimarranno sempre ben presenti nei nostri annali musicali ed umani…

A che tipo di pubblico volevate rivolgervi con questo disco?
A chi è in cerca di musica, di sonorità e di un approccio sincero e libero da pose.
A prescindere da generi, umori, gusti.

“Motown (Quello Che Ti Uccide)” è uno dei brani che mi hanno maggiormente colpita. Com’è nato il pezzo?
“Motown” ha avuto una genesi particolare, diversa rispetto agli altri brani; e, forse, proprio per questo motivo il risultato (anche sonoro) si discosta un po’ da quello delle altre tracce.
È nato da un’idea di Pasquale (Defina) che è stata fagocitata, elaborata, stravolta e che ha assunto un'”anima propria” in più momenti ed in più location.

A voi piace il motown, quello vero?

Se pensiamo al movimento musicale e discografico della “motor town”, la Detroit degli anni ’60 e ’70, riferendoci a quel misto di soul e di R&B, con prepotenti linee di basso, onnipresenti sovraincisioni e botta e risposta funkeggianti…beh, per quanto tutto ciò non sia poi così vicino al mondo sonico di El santo, in questo brano ed in questo arrangiamento qualcosa c’è, e ci piace molto!
[PAGEBREAK] “L’arte Del Veleno” e “Dean” parlano di vicende sentimentali. Qual è il vostro rapporto con l’amore?
Quello che tutti hanno: malconcio, a tratti…da reinventare, ad altri tratti; fondamentale e creativo, in generale.
È stato ed è anche un “canale di conoscenza”, e questo lo si evince, per esempio, dai due brani che hai citato.

“Sugar Ray” probabilmente è una delle tracce dal sound più internazionale presenti nel disco. A chi vi sentite ispirati e che significato attribuite a questo pezzo?
“Sugar” ha linee semplici, immediate e dirette, volte a rendere ed a trasporre -anche in musica- l’idea e la sensazione della forza e della grandezza di Sugar Ray Leonard. Il suo uso ossessivo, sul ring, del jab, il suo gioco di gambe, la sua grandezza in veste di atleta; ma, anche, la forza e il coraggio che ha dimostrato in altri tipi di battaglie (la dipendenza dalla droga, il suo rientro doloroso, il ritiro). Il fatto che questo brano abbia un appeal “internazionale”, ci fa molto piacere e ci dà soddisfazione.

E riguardo al vostro rapporto con l’audience, come vi sentite? Qual è l’aspetto che preferite del fare musica?
Il poter bere gratis ai concerti… Scherziamo, ovviamente!
Ci piace, molto semplicemente, l’idea che si crei una linea diretta, immediata e sincera con chi ci ascolta, con chi viene colpito, in qualche modo, dal nostro mondo musicale e da quello che proponiamo.
Cioè, senza pretese, senza finzioni, ma anche senza aspettative o pesantezza: questo è e, nel bene o nel male, questo SIAMO.

Passando alla vostra vita personale: come vi piace trascorrere le giornate all’infuori dell’ambito musicale?
Ci piace fare…un milione di cose!
Le passioni, i campi -anche artististici- nei quali ciascuno di noi opera sono diversi e, anche per questioni lavorative, non solo musicali.
Tra l’altro, il connubio vita/musica, nel nostro caso, è molto stretto da anni nel senso che quella che condividiamo è un’amicizia vera, che prescinde dalla musica e dai molti interessi comuni che portiamo avanti.

Vi garba andare al cinema?
Il Cinema lo adoriamo (e ci piacerebbe molto avere il tempo di frequentare le sale più spesso…) e riveste un ruolo di primo piano anche nel progetto El santo, tanto che sono in preparazione delle videoproiezioni di matrice cinematografica -spezzoni di film, animazioni, opere originali- da accompagnare, nei live, all’esecuzione dei brani.

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