Home > Recensioni > Electric Wizard: Witchcult Today

The witchcult grows

Giravano voci su questo disco: prima, che sarebbe stato registrato interamente con metodi analogici per farlo risultare il più anni ’70 possibile; poi, che sarebbe stato un quasi-concept sulla stregoneria e la caccia alle streghe. Infine il gruppo stesso disse che il disco avrebbe contenuto una suite di 20 minuti con un riff guidato da un organo. Febbre alle stelle dunque per chi segue il gruppo da un po’ o quantomeno conosce gli altri capitoli della loro saga.
Dopo la svolta di “We Live” verso lidi più eterei e dilatati e meno smaccatamente marci, era difficile aspettarsi un ritorno alle sonorità che caratterizzarono a loro tempo i primi due lavori del gruppo, l’omonimo “Electric Wizard” ma soprattutto il loro capolavoro “Come My Fanatics”. Eppure sembra proprio che i quattro siano andati a ripescare da quelle parti le idee per questo “Witchcult Today”, pur rinnovandole con lo spirito obliquo di “We Live”. Questo comporta che sul classico rifferama pressante e claustrofobico vengano instaurate qua e là linee di voce quasi melodiche (!!!!!) e che di tanto in tanto i pezzi si lascino andare in brutali svisate psichedeliche degne dell’antenata “Ivixor B”, capolavoro di espressionismo doom metal (sempre che sia possibile). Così nasce “Black Magic Rituals And Perversions” che per i primi quattro minuti scorre lenta e pesante col suo riffone, fino a stemperarsi in un tappeto ambientale inquietante su cui una voce recita in italiano (non ci è dato sapere se sia un sample o se Jus abbia recitato tali frasi…) un terrificante mantra.
Come annunciato prima dell’uscita del disco, i suoni sembrano effettivamente usciti da un disco dei primi Black Sabbath o degli Uriah Heep; sacrificano in parte la potenza devastante che era stata di “Dopethrone” dando però risalto al lato più mistico, esoteric ed occulto del gruppo, creando un fascino “vintage” davvero incredibile.
Inutile citare un pezzo o un altro, fa tutto parte del grande disegno di Jus Oborn, un quadro fatto con riff sabbathiani, occultismo e droghe a caso, preferibilmente verdi e vegetali. Quello che importa è constatare come il qui presente sia senza dubbio uno dei migliori risultati mai ottenuti dagli inglesi e un degno concorrente dei Reverend Bizarre per il titolo di disco doom dell’anno.
L’organo? Sì, effettivamente si sente in un paio di canzoni. Da qui a dire che guida una suite di 20 minuti (che, precisiamo, non c’è) però ne passa. Meglio non sapere cos’avesse fumato Oborn prima della dichiarazione. Speriamo comunque che non cambi spacciatore.

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