Home > Zoom > Elefanti, rettili e avvoltoi

Elefanti, rettili e avvoltoi

Diciamola tutta, ce n’era bisogno.
Gli ultimi Queens Of The Stone Age hanno deluso più o meno l’ottanta percento dei fan. Figuriamoci chi ancora rivuole i Kyuss cosa può aver pensato.
I Foo Fighters vanno avanti, come hanno sempre han fatto. Bravi, puliti, educati con alcuni momenti di ottima forma e troppi di stanca.
Mancava la voglia di graffiare e di fare un po’ di sano casino. Doveva arrivare un ultrasessantenne per ricordare loro come farlo, e così è stato.
La fusione tra i Queens Of The Stone Age e i Foo Fighters avviene quindi sotto i vigili occhi di sua maestà John Paul Jones. I Queen Fighters Of The Stone Zeppelin. O Them Crooked Vultures, se preferite.

Sarà stata la pressione che la band si è ritrovata addosso non appena si è rivelata al mondo, sarà stata una genuina ispirazione, ci interessa poco perché quello che abbiamo davanti è un disco in cui troviamo, in ordine casuale: la miglior prestazione batteristica che Dave Grohl ci abbia mai regalato, un Josh Homme rinato per ispirazione chitarristica, il ritorno su un palco realmente rock di John Paul Jones e, non ultima cosa, una manciata di canzoni davvero fantastiche.

Il suono generale non può che riportare la mente al manifesto “Songs For The Deaf”: chitarre secche e graffianti, batteria che sa di John Bonham a kilometri di distanza ma suona comunque moderna e personale e basso corposo e pieno a dare forma al suono. Inoltre non dimentichiamo che il professor Jones è anche rinomato arrangiatore, pianista e tastierista. Non sorprendono quindi gli inserti di hammond, mellotron e clavinet che aiutano il suono a mutare e cambiare umore.

Prendiamo tre esempi per tutto il disco, “Elephants”, “Scumbag Blues” e “Warsaw”.
La prima inizia con un’introduzione strumentale che non lascia respiro per poi aprirsi in un… heavy reggae al rallentatore? Un tiro pazzesco grazie ad una sezione ritmica che non teme nulla ed una fila di riff che non si fanno dimenticare. Non dimentichiamo poi la parte centrale ariosa e aperta con un mellotron che profuma di lontane regioni indiane… chessò, ad esempio il Kashmir…
“Scumbag Blues” fa schifo ed è meravigliosa per questo. È sporca e ruvida, anche nel mix che si distanzia molto dal resto del disco, rimanendo molto più grezzo e live. Godurioso lo stacco con il clavinet dopo i ritornelli e belle anche le linee vocali. Ma le urla che arrivano dalla pelle della cassa martoriata da Grohl sono inarrivabili.
“Warsaw” è un rock terzinato cadenzato e inarrestabile che si stempera in dilatazioni psichedeliche nella seconda metà, lacerando di tanto in tanto la calma con esplosioni veramente rumorose per poi assestarsi su territori molto jam e liberi. Un colpo da veri maestri.

Qui si parla di canzoni scritte da gente che sa perfettamente come essere incisiva quando vuole. Ogni singola canzone lo dimostra, le tre citate sono solo le più emblematiche ma le altre non sono da meno.
Non è un disco che cambierà la storia, del resto i tre personaggi coinvolti (nonché Mr. Alan Moulder al mix) hanno già dato in questo senso, senza dubbio. Non è il disco più moderno che si sia mai sentito ma nemmeno un copiaincolla spudorato di cliché dei tempi andati.
Parliamo di un disco rock che si fa tanta tanta tanta fatica a togliere dallo stereo. Non è questo che vogliamo tutti alla fine?

PS: un consiglio, non perdetevi i video live.

Scroll To Top