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    Elf Power

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La scuola di Athens

La storia degli Elf Power, iniziata una quindicina di anni fa, è costellata da incontri con alcuni tra i più importanti esponenti dell’aristocrazia alternativa statunitense: oltre ad aver aperto i concerti dei Wilco e dei concittadini R.E.M., hanno infatti collaborato con membri degli Of Montreal, dei Flaming Lips e con Vic Chesnutt. Tutto questo per chiarire che con il loro ultimo disco, l’ottavo, hanno la possibilità di mettere in gioco un’esperienza e una maturità artistica che la maggior parte delle band indie-pop-folk spuntate come funghi negli ultimi tempi non possono che sognarsi.
Ma non lo fanno. Provano a dare una sterzata al loro sound introducendo tratti sperimentali che non decollano del tutto: i droni, le dissonanze controllate, la batteria ora filtrata ora arricchita da percussioni aggiuntive non influenzano un songwriting che resta fermamente classico; viene piuttosto aggiunto uno strato di suono a composizioni che funzionano a prescindere, soprattutto grazie ai raffinati giochi chitarristici tra base ritmica acustica e linee melodiche sobriamente distorte. E le canzoni meglio riuscite sono proprio le più essenziali, come la ballata beat “Softly Through The Void”, dal meccanismo melodico impeccabile, o “Quiver And Quake”, che bilancia l’ordine strutturale con un’apertura psichedelica trascinante, non manierista, perfettamente integrata. Se si deve eleggere un vero punto forte di “In A Cave” non si può che citarne la concisione: solo un pezzo supera i quattro minuti, e a livello di scrittura tutto è necessario e al proprio posto; è per questo che gli elementi devianti a volte non appaiono completamente motivati. La band è comunque alle prese con qualcosa di nuovo, quindi è opportuno attendere ulteriori sviluppi. Nel frattempo gli Elf Power non riescono a raccogliere quanto hanno seminato e il loro ottavo lavoro non spicca rispetto a quelli di molti giovani meno esperti ma dall’approccio più istintivo.

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