Home > Recensioni > Elio E Le Storie Tese: Craccracriccrecr

Ci incontreremo nel centomila

“Craccracriccrecr” sarà sempre considerato l’album del dopo-Feiez, e su questo, ahimè, non ci piove: il largo factotum se n’era andato un anno prima, agli albori della lavorazione del disco, separato dai suoi cari e dai fan con il taglio di una falce. Altra cosa è però tentare di stabilire quanto il tragico evento abbia effettivamente influito sul risultato finale; da un lato è innegabile che si intuisca, nemmeno troppo velato, un mood meno dissacratorio, meno spensierato, meno variopinto – e forse non poteva essere altrimenti, in un disco introdotto e concluso dal sax e dalla voce dell’amico scomparso. Del resto non devono essere stati pochi i dilemmi morali e i problemi professionali di fronte a una lacerazione tanto inattesa quanto impossibile da rimarginare.
D’altro canto, ad un ascolto più obiettivo, “Craccracriccrecr” appare di per sé come un album non particolarmente ispirato né riuscito, indipendentemente dagli eventi che hanno aleggiato sulla sua realizzazione. Certe tendenze di “Eat The Phikis” – nella fattispecie, l’imitazione di generi musicali – sembrano qui riproporsi con minore inventiva e forza, con canzoni la cui unica idea fondante è lo scimmiottamento onanistico, e null’altro: l’esempio più lampante è la dimenticabile “Il Rock’n’Roll”, mentre “Discomusic” e “La Bella Canzone Di Una Volta” sono più godibili ma altrettanto monodimensionali, tutte tese a parlar di sé stesse, rendendo sterile la parodia e facile l’omaggio.
Quando anche il singolo (il rap “La Visione”) stenta a decollare, e buona parte dei brani in scaletta sono meri riempitivi, spetta a un pugno di pezzi outsider assestare i colpacci che salvano la baracca: se “Nudo E Senza Cacchio” è un gagliardo rock brioso e inventivo, il vero gioiello è “Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan”, che anziché risolversi nell’ennesima sterile imitazione si rivela un clamoroso pastiche che frulla i Beatles prima maniera e vomita una sorta di compendio musicale dei quattro di Liverpool, con un tocco di “Jingle Bells”: ascoltare per credere.
Se proprio volessimo cercare un barlume di sincerità in un disco come questo, partorito con fatica in un momento difficile, dovremmo forse ascoltare la sottovalutatissima “Mustasì”, tenue e malinconico strumentale che si lascia guidare dalle percussioni e poi si abbandona a un’apertura di piano e chitarra che lascia sbigottiti: un vero e pulsante cuore musicale che trapela da dietro la poco ispirata maschera comica che, stavolta, gli Elii si sono messi in volto. Chissà che bell’assolo di sax ci avrebbe aggiunto Paolone.

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