Home > Recensioni > Elio E Le Storie Tese: Eat The Phikis

Vincitori o Campioni?

Nel 1996, i più superficiali tra gli eliofili della prima ora si sentirono traditi: il complessino a Sanremo? Il complessino SECONDO a Sanremo!? L’attesissimo terzo disco (dopo il capolavoro “Italyan, Rum Casusu Cikti”) pubblicato frettolosamente sull’onda del Festival come un qualsiasi album di Ron?!?!
Ci sono voluti anni perché il polverone sollevato dal successo mainstream della terra dei cachi – grazie al quale le sciure di mezza età non facevano più telefonate minatorie agli Elii, ma anzi li riconoscevano per strada complimentandosi con loro – si diradasse, permettendoci di vedere “Eat The Phikis” per quello che è: non certo una semplice spalla per un singolo di successo, ma un album di Elio e Le Storie Tese in tutto e per tutto, seppur con qualche cambiamento di rotta.

Archiviata a inizio album, con una registrazione “live in Sanremo”, la questione “Terra dei Cachi” (che poi non è affatto una fischiettabile canzonetta da hit parade, sia chiaro), il vero album dal punto di vista produttivamo e compositivo inizia con “Burattino Senza Fichi” e prosegue disperdendosi in una miriade di direzioni diverse. Se i due dischi precedenti erano tutto sommato omogenei quanto a sonorità e coerenti nella loro destrutturazione della forma canzone, “Eat The Phikis” dà il via a una moltiplicazione di spunti e suggestioni: da un lato una tendenza per così dire mimetica, con gli Elii che – complici una tecnica sempre più sopraffina e svariati ospiti autorevoli – si mettono a giocare con i generi, minandoli dall’interno e realizzando brani dalla struttura più tradizionale (si pensi a “Omosessualità” o all’impareggiabile “El Pube”). Dall’altro, canzoni più eliane e sempre più spiazzanti e complesse, sempre meno immediate: si pensi a “Mio Cuggino” o alla straordinaria “Milza”, sincopata ed elettronica, quasi impensabile nel panorama della musica italiana di alta classifica (e nel ’96!).

In definitiva un album che, nonostante il grande successo e alcuni brani divenuti classici come “Tapparella”, è andato incontro a un destino immeritato: guardato con frettolosa sufficienza dai fan più duri e puri, ovviamente incompreso da chi si aspettava canzoncine fischiettabili. Sul fatto che “Eat The Phikis” sia l’inizio di un cambiamento di rotta, e che questo cambiamento abbia portato successivamente a risultati poco eccelsi, possiamo essere d’accordo; ma considerarlo il sintomo di uno “snaturamento sanremese” significa, semplicemente, non averlo ascoltato.

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