Home > Recensioni > Elio E Le Storie Tese: Studentessi

Balliamo l’heavy samba in piedi su una gamba

Difficile davvero approcciarsi alla nuova fatica dei sei milanesi. Difficile perché ci vuole poco a lasciarsi catturare dalla demenza insensata (?) del gruppo e dimenticarsi del resto. Ma “Studentessi” è qualcosa di più. Elio e i suoi amici non hanno mai nascosto la loro passione per la trasversalità di Frank Zappa, basti ricordare la collaborazione con gli Ossi Duri che portò ad un disco tributo al leggendario genio americano. Negli ultimi tre dischi c’è stata una parabola ascendente nella ricercatezza ritmico-armonica dei brani, forse figlia del vuoto lasciato dalla tragica morte di Panigada, che ricorda sempre di più gli esperimenti del mitico chitarrista.
Così oggi ci ritroviamo fra le mani un disco formalmente perfetto: ogni pezzo è una perfetta architettura sonora, costruita trave su trave in modo da creare dei disegni sempre ammalianti per quanto intricati e studiati. Il gruppo mostra di possedere una versatilità mostruosa, passando con scioltezza dal prog di “Plafone” alla bossa imbastardita di “Heavy Samba”, piazzando un delirante (e mortalmente esilarante) rap ad opera di Mangoni in “La risposta dell’architetto” e centrando in pieno almeno due capolavori come “Parco Sempione” o “Suicidio A Sorpresa”, suite in cinque parti altalenante tra uno swing da big band e sfuriate metal cacofoniche.
Ma singole canzoni a parte, quello che lascia interdetti è l’omogeneità di fondo, l’incredibile sicurezza con cui il gruppo gestisce tutto questo senza mai scadere nell’autocompiacimento o nella ridondanza. Il limite che questo disco può avere è lo stesso di tutti i dischi degli Eliii: l’attitudine del gruppo è una forte presa di posizione che può piacere o meno. Non sempre il voler far ridere a tutti i costi rende come il gruppo vorrebbe e questo può risultare un grosso ostacolo per molte persone. Ma questi sono Elio e Le Storie Tese, prendere o lasciare, come sempre. Se si riesce a tralasciare per un attimo l’aspetto demenzial-surrealista, ci si ritrova di fronte ad uno dei migliori dischi che l’Italia leggera abbia mai partorito negli ultimi 20 anni.

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