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Eliza Doolittle: allegria scanzonata

Londinese, venticinque anni e due album all’attivo. Sono queste le credenziali con cui si presenta Eliza Doolittle alla round table di lunedì 27 negli uffici della Warner di Milano. Niente di notevole, si penserà, niente di particolare. E la sua carriera non è stata certamente esplosiva e meteorica, ma piuttosto una ascesa costante e graduale. Però è quando si parla con lei che si nota qualcosa di più, soprattutto attraverso gli sguardi intensi che rivolge alle persone con cui sta parlando, che sicuramente non possono restare indifferenti di fronte alla sua spigliatezza e alla sua allegria. Ecco quello che ci siamo detti.

Qual è la tua fonte di ispirazione per le musiche e i testi?
Io ascolto un sacco di musica diversa, e mentre stavo scrivendo questo album in particolare stavo ascoltando un misto di hip hop, r’n’b, gruppi degli anni Settanta e Foo Fighters! In realtà non so bene da cosa mi abbia influenzato di più, visto che amo ascoltare vari tipi di musica. Semplicemente assorbo tutto, e poi qualcosa spunta di nuovo fuori in qualche modo nuovo. Quando scrivo musica non voglio fare proprio qualcosa. Voglio che la musica esca in maniera vera e naturale. Molte cose nascono dai momenti di sofferenza che ho avuto, ma certamente non solo. Ho molti altri interessi da cui le mie canzoni possono nascere, e credo anche che essendo artisti si è anche quasi un riflesso delle cose che ci stanno attorno, del mondo. E poi per una bella canzone non ci vuole poi molto, basta raccontare di quanto stai bene quel particolare giorno. Credo sia importante avere un buon equilibrio, anche come persona, perché non c’è un solo modo di sentirsi.

Quali sono le differenze con il tuo primo album?

Credo ce ne siano abbastanza. Ci sono certamente delle somiglianze, alla fine è la mia personalità. Ma quando lavoravo al primo album ero veramente giovane, e alcune delle canzoni sono state scritte perfino alcuni anni prima che uscisse. Non avevo fatto molte esperienze, ecco, sia come persona che come musicista, e quindi scrivevo apertamente riguardo ai momenti felici e liberi che vivevo. Non che nel secondo album non parli di questo, però ho sicuramente vissuto di più. Mi hanno spezzato il cuore (ride ndr) e sapete bene che chiunque in questa età affronta situazioni che non ha mai vissuto prima. Volevo parlare apertamente di queste cose, dare un resoconto veritiero degli ultimi due anni, quindi mostro decisamente più me stessa, chi sono, quali sono i miei pensieri. Mi dedico molto anche all’aspetto allegro e divertente, e vi sono un paio di canzoni, tipo “Big When I Was Little”, che fanno da collegamento tra i due, ma il resto dell’album è un tipo di viaggio completamente nuovo, in cui spero di essere accompagnata da chi vorrà ascoltarmi.
Credo anche che sia cambiato molto il mio modo di fare musica. Alla fine sono passati tre anni dal primo album, che io avevo scritto quando ero molto giovane, anche se allora aveva funzionato. Credo di aver imparato molto proprio sulle mie abilità musicale, su come costruire una canzone, o lavorare con diverse persone imparando da loro. Una delle cose che ho imparato è quella di “lasciar andare” le cose. All’inizio del lavoro non volevo lasciar fare niente a nessuno, volevo controllare ogni cosa e tutto mi sembrava sbagliato, da sistemare. Ma poi dopo un paio di settimane ho capito che dovevo rilassarmi e che dovevo lasciar scorrere le cose. Ho smesso di essere così ossessionata dal controllo e ho lasciato uscire in maniera più naturale le canzoni.

Due delle canzoni più importanti dell’album sono “In Your Hands” e “No Man Can”, che sembrano essere l’una l’opposto dell’altra. Come le vedi tu? Si collegano al fatto che vedi questo album come un viaggio?
In poche parole mentre scrivevo “In Your Hands” mi sentivo molto vulnerabile, quasi sul punto di arrendermi alle mie debolezze. Credo che sia importante ricordarsi di questi momenti in cui ti senti giù, visto che poi era anche il periodo della rottura di una relazione importante, ed avevo il cuore a pezzi. E mentre scrivevo “No Man Can” avevo le stesse sensazioni, anche se stavo provando ad diventare la persona che avrei dovuto essere, e quindi mi dicevo che nessun uomo poteva avere tanto potere su di me. Quello che ho imparato da tutta quell’esperienza è in quella canzone, e non è un caso che sia l’ultima dell’album, come a conclusione del viaggio. Nel disco inoltre credo che risalti il contrasto tra la mia parte pessimista e quella ottimista. Credo che mi piaccia veramente combattere con me stessa, anche se in conclusione finisco per non essere più sicura e ogni cosa che imparo porta mille nuove domande. Però mi sento più ottimista. Credo nell’amore![PAGEBREAK]

Credi che la tua esperienza come attrice abbia influenzato il tuo essere cantante?
Io sono sicuramente più cantante che attrice. Ma credo anche che, come ogni artista, ogni performer ti direbbe, sia necessario saper gestire anche l’aspetto della performance. Cerco di essere sempre carismatica sul palco, di trasmettere le sensazioni che avevo mentre scrivevo le varie canzoni senza che però mi dominino troppo.

Quanto è cambiata la tua vita con la fama?
Ah ma io non sono ancora così famosa! Io mi sento esattamente com’ero prima. Mi sento diversa per altre ragioni, ma è una cosa normale visto che comunque sono cresciuta. Credo che l’unica cosa che sia veramente cambiata è il fatto che devo viaggiare molto, quindi ho poco tempo per la mia famiglia, però mi sto godendo tutto il divertimento che ho.

Com’è nata la passione per la musica?
Allora, io ho altri otto fratelli, e sono nata a Camden Town, a Londra. Uno dei miei fratelli maggiori ha influenzato molto i miei gusti musicali. Mi ha introdotto nell’ambiente garage, all’hip hop e al r’n’b quando ero ancora piccola. Ho poi cominciato ad andare presto per club, forse troppo giovane, visto che avevo quindici anni. Poi ai diciott’anni non avevo più tanta voglia di andar per locali e quindi andavo ai concerti dei miei artisti preferiti. Insomma, sin dalla prima adolescenza la musica è stata la mia passione, anche se ancora non ero una cantante. Insomma, sapevo che dovevo fare qualcosa con la musica, prima o poi.

C’è qualcosa che musicalmente vorresti provare ma che non hai ancora fatto?
Si, un sacco. Vorrei provare ad usare molti arrangiamenti con strumenti a corda, oppure fare mix tra artisti del passato recente e musica attuale. Insomma, farmi ispirare da tutte le mie passioni per far uscire qualcosa di nuovo. Credo di essere stata molto influenzata da molte artiste donne che sono diventate le mie eroine, come Lauryn Hill o Beyoncè, che è come un modello, la carriera ideale. O anche Mariah Carey, che credo mi abbia insegnato a cantare, visto che quando la ascoltavo tentavo sempre di seguire la sua voce. È stato come un buon allenamento vocale. Anche Janet Jackson, e le Spice Girls! Amo queste donne.

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