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Farina del nostro sacco

Tutto si potrà dire degli EOK, tranne che eseguano scolasticamente un genere. C’e tanta farina del loro sacco in questa opera prima, fatta di sette brani, quattro in italiano e tre in inglese, cui si aggiungono cinque disimpegni strumentali tetri, a volte perfino inquietanti.

Il quartetto casertano ha il rock come punto di riferimento; si libera, tuttavia, dalle catene delle linee guida attraverso contaminazioni ora new wave, ora progressive, artefici di uno spiazzante effetto confusione che foraggia il desiderio di scoperta delle tracce. D’altra parte, i tre anni di lavorazione del disco testimoniano la volontà di assestare lo sguardo al di là del proprio naso, alla ricerca di soluzioni tecniche che garantiscano, nel bene e nel male, la riconoscibilità. Il lungo confezionamento, inoltre, ha permesso il corretto innesto di suoni e interferenze controllate e la realizzazione di un taglio musicale al servizio dei testi, in grado di assecondarne gli umori e di condividere con essi quell’atmosfera poco rassicurante, vero filo conduttore dell’intero lavoro.

La pecca è l’autoproduzione: il male antico di quest’ultima sta nell’equilibrio dei volumi. Infatti, se spesso la voce di Vanna Russo è volutamente effettata o distorta, in altri casi subisce il sonoro degli strumenti, ritrovandosi, rispetto ad essi, un passo indietro dall’orecchio dell’ascoltatore.

Grintosi, operosi e cattivi. Gli EOK hanno la personalità e l’audacia per spingersi ben oltre il compitino. Sconsigliato l’ascolto quando si è soli in casa, nelle notti tempestose o di luna piena. Al primo cigolio della porta ci sarà da avere paura!

Pro

Contro

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