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Elle — Incontro con il regista Paul Verhoeven

Arriva a Roma Paul Verhoeven, per presentare il suo nuovo film “Elle“, in uscita il 23 marzo con Lucky Red.

Visto in anteprima all’ultima edizione del Festival di Cannes, ed accolto molto bene dalla critica (qui la nostra recensione), “Elle” ha già fatto incetta di premi (da segnalare i due Golden Globe per miglior film straniero e migliore attrice drammatica ad Isabelle Huppert, candidata anche all’Oscar) e segna il ritorno in grande stile di un regista fortemente controverso, autore di un cinema conturbante, capace di maneggiare e manipolare il linguaggio del blockbuster (“Robocop”, “Total Recall”, “Basic Instinct”, “Starship Troopers”), ma anche di piccole perle autoriali (“Il quarto uomo”, “Fiore di carne”), come è da considerarsi questo “Elle”.

Alla passata Notte degli Oscar, Isabelle Huppert ha ricevuto una candidatura per la sua interpretazione, ma “Elle” non è stato candidato nella categoria film stranieri. Crede che fosse un film troppo forte per l’Academy?

Credo che si possa pensare cosi, anche se rimane solo un’ipotesi. Il film tratta di argomenti che possono mettere a disagio il medio pubblico americano. Soprattutto nel terzo atto, dove il rapporto tra vittima ed aggressore assume tinte sadomasochistiche. Anche per questo abbiamo deciso di girare in Europa, perché negli Stati Uniti non siamo riusciti ad ottenere finanziamenti per una pellicola del genere.

Un aspetto che ci ha incuriosito, è che si tratta un argomento di scottante attualità come la violenza sulle donne, ma con una forte dose d’ironia. Questo tono ironico era già presente nel romanzo di partenza?

Sì, quest’ ironia di fondo c’era già nel romanzo di Phlippe Djian. Ma abbiamo enfatizzato quest’aspetto in fase di sceneggiatura, per non avere un film dalle atmosfere troppo thriller o noir. Si tende a categorizzare troppo, nel cinema, e volevamo che il film rispecchiasse la vita reale, che non ha un genere definito. Si passa da scene di violenza, a scene di cene ed incontri sociali, cosi come, nella vita reale, magari al mattino si assiste a qualcosa di terribile, e la sera ne ridiamo con gli amici. La vita è fatta di questo.

Nei suoi film, i personaggi femminili sono sempre molto tormentati. È attratto da questo aspetto della femminilità?

Non sono i personaggi ad essere tormentati, ma le situazioni che devono affrontare. Sono personaggi che cercano di sopravvivere, cosi come lo era Rachel in “Black Book”, che cercava di sfuggire alle persecuzioni naziste. Michelle è una donna che ha subito una violenza, ed inoltre ha un passato burrascoso, con un padre che ha ucciso 27 persone con un fucile. Lei tenta di sopravvivere a tutto ciò, come nella scena della cena al ristorante: Michelle racconta dello stupro, ma non vuole compassione, non vuole diventare una vittima, e nel terzo atto si accorgerà di quanto è vero il detto “ama il tuo nemico, non il tuo vicino”

Si può dire che il suo film propenda nettamente per le donne, figure molto più forti e sensate, rispetto alle figure maschili, molto stupide e infantili?

Sì, e questo aspetto era molto presente anche nel romanzo. Così come l’inquadratura finale, con queste due donne che si allontanano, abbracciate, per andare vivere insieme, lasciandosi alle spalle i rispettivi uomini.

In America non è riuscito a trovare attrici disposte ad interpretare un ruolo così intenso, cosi si è rivolto ad Isabelle Huppert. Com’è stato il rapporto di lavoro con questa grande attrice, e com’è stato il viaggio di ritorno dal cinema degli USA al cinema europeo? C’è più libertà in Europa?

Sì, credo che in Europa si dia più libertà ad un autore. Isabelle era interessata al progetto ancor prima di me, e aveva già contattato l’autore del romanzo ed il produttore, Saïd Ben Saïd, l’dea di adattare il romanzo è stata sua. Vivendo entrambi a Los Angeles, e avendo Said lavorato con registi come Cronenberg e Polanski, abbiamo deciso di attivarci per girare il film in America. Ma quando abbiamo cominciato a trovare troppe difficoltà nel reperire finanziamenti, e a non trovare attrici che volessero interpretare un ruolo cosi amorale ,abbiamo deciso di spostare la produzione a Parigi, ed Isabelle era ancora molto interessata al progetto. Ha aderito perfettamente al ruolo senza troppe discussioni: quando è convinta di un ruolo, lo accetta senza mezze misure.

Può essere letta come simbolica la presenza del mondo dei videogame nella pellicola? Cosa pensa a riguardo?

Non conosco bene il mondo dei videogame, non ne sono appassionato. Nel romanzo, Michelle supervisiona un gruppo di sceneggiatori televisivi e cinematografici, ma, per il film, avevo bisogno di qualcosa che implicasse qualcosa di più visuale. Una sera, a cena, in famiglia, stavo parlando di questo problema, ed è stata mia figlia a suggerirmi di usare il mondo dei videogame. Ho chiamato lo sceneggiatore David Burke, per sottoporgli l’idea, e per pura coincidenza lui è un vero appassionato di videogame, quindi è stato subito entusiasta dell’idea. Ho letto degli studi sul rapporto tra la violenza ed i videogiochi, ma non sono d’accordo, il film non vuole esprimere questo.

Michelle sembra una donna dai tratti amorali ed antiborghesi, come si è evoluta la figura della donna nella sua cinematografia?

Potresti definire Michelle come immorale, ma non m’interessa, la moralità è assente nei miei film. Ogni giorno, migliaia di donne ed uomini hanno rapporti extraconiugali, ed è una cosa assolutamente normale. Credo poco nella fedeltà. Con l’avanzare dell’età, devo dire di essere sempre molto più interessato all’universo femminile che a quello maschile. Riconosco sempre di più l’influenza positiva di mia moglie sulla mia carriera. Il mio prossimo film sarà incentrato su due figure femminili. Le vicende di due suore in un monastero di Peschia, un paesino toscano nei pressi di Firenze. Per il momento, il nome del progetto è Blast Virgin, tratto dal saggio della storica J.C. Brown dal titolo “Immodest Acts – The life of a lesbian nun in Renaissance Italy”. E sto anche preparando il mio film sulla figura di Gesù (tratto da “Jesus of Nazareth”, saggio scritto dallo stesso Verhoeven, ndr)

Quando stava girando “Basic Instinct”, la famosa scena dell’interrogatorio, si rendeva conto di star creando una delle immagini più iconiche del cinema recente?

In realtà no. Tutto è nato quasi per caso. Avevo raccontato a Sharon di una mia amica che, ai tempi dell’università, andava alle feste senza le mutandine. Tutti le chiedevano in continuazione di accavallare le gambe, e lei lo faceva con piacere. Quando abbiamo girato quell’inquadratura, il tutto è durato non più di 10 minuti, e quando, in sala montaggio ci siamo accorti di questa cosa, il mio montatore, un buon cattolico molto morigerato, mi ha semplicemente detto “Paul, tu l’hai girata, io ce l’ho messa”. Non ci rendevamo conto della portata della cosa, ma da allora, in effetti, qualche tabù è stato infranto.

Che cinema ci aspetterà nell’America di Trump?

Basta vedere il fenomeno “LaLa Land”. Un cinema di pura evasione, che fa riferimento ad un’epoca d’oro, e che suscita sentimenti positivi. Io spero che il cinema hollywoodiano mantenga sempre alto il livello di guardia, deve essere un cinema profondamente critico. E spero anche di poterne far parte.

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