Home > Recensioni > Elvira Madigan: Regent Sie – Shedevils Of Demonlore (Of Blood, Crosses And Biblewars)
  • Elvira Madigan: Regent Sie – Shedevils Of Demonlore (Of Blood, Crosses And Biblewars)

    Elvira Madigan

    Loudvision:
    Lettori:

Correlati

…of blood, crosses e poco altro

Era lecito sperare che alle soglie del 2010 certo black metal d’avanspettacolo fosse cosa da relegare ai tempi che furono. Era lecito aspettarsi che all’alba del quarto disco Elvira Madigan, nella figura del suo unico padre putativo Marcus Hammarström, avesse capito come costruire/produrre un disco.
Ma al mondo le cose non vanno mai come dovrebbero, e ce ne siamo fatti una ragione.
L’ennesimo polpettone pseudo artistico di gothic/black/dark/medieval/quelchevipare metal si presenta con un artwork (di Royo si direbbe) che spicca per la presenza della solita succinta e misteriosa darklady in chiave fantasy; tecnicamente ineccepibile il disegno, pessima la scelta del suo utilizzo che sottende un grado di originalità vicino allo zero assoluto. Questo masterpiece di luoghi comuni continua poi con il solito marasma di intro, outro, intermezzi parlati e ogni tanto (ma dai?) una canzone. Il problema sta nel fatto che i pezzi sono deboli, un concentrato prossimo alla massa critica di banalità e scopiazzamenti, con i Cradle of Filth in cima alla lista dei creditori (pressoché identico l’uso di screaming isterico e growl) e dietro tutto il black sinfonico, più o meno riuscito, che imperava nella metà degli anni ’90. Siamo fermi, immobili, pietrificati ai tempi di “Vempire” o giù di lì con le dovute differenze di capacità in gioco… non peggiori di altri ma terribilmente anacronistici.
Qualche raro momento di lucidità fa quasi gridare al miracolo, quando Mr.Hammarström evita di abusare di soluzioni stilistiche del paleolitico e si limita nel dosare tastiere, orchestrazioni fittizie e quant’altro, riuscendo a tratteggiare dei brani (quasi mai per intero) con un capo e una coda. Poco, troppo poco per non chiedersi quale sia il senso di questo disco oggi… e non trovare risposta.
Giungere in fondo ai 74 minuti e oltre (74!!) è un’impresa epica, vi si arriva con un senso di vuoto e lo smarrimento tipico di un déjà-vu.

Scroll To Top