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Emiliana Torrini: Emiliana Torrini, Tookah e l’infanzia all’italiana

Squilla il telefono, una voce femminile pratica e frettolosissima passa la linea alla mia interlocutrice e poi il silenzio.

Mi presento…

Silenzio.

Poi un “Ciao” titubante, quasi sussurrato.

La chiacchierata con Emiliana Torrini è iniziata in punta di piedi, ma nonostante la linea costantemente disturbata, è sbocciata presto in risa e aneddoti divertenti. Una voce molto femminile, pacata, delicata, all’improvviso accesa da una risata avvolgente quando durante una risposta sopraggiunge un pensiero o un ricordo… È una donna che affascina e incuriosisce. Viene voglia di parlarci per giorni, ma anche solo quella scarsa mezz’ora riesce a lasciare il segno.

Iniziamo dal cd: come lo descriveresti, cosa significa per te? Qual è il concetto a monte che volevi esprimere in fase di produzione?
Oooh, ma queste sono molte domande! Sostanzialmente l’album ha a che fare con la dualità, tornare al proprio nucleo, essere in contatto con la parte più intima ed essenziale, come quando si nasce. Sì.. direi proprio che è stato ispirato e caratterizzato da questa dualità connaturata alla maternità: con la nascita di mio figlio avevo una nuova identità, sentivo che il mio baricentro si era spostato e volevo che la musica rispecchiasse il cambiamento.

Quindi il titolo che hai scelto, o meglio la canzone che ha dato il titolo all’album significa questo?
Sì, è una parola inventata: è il tuo cuore. Di quel te stesso al momento della nascita, prima che la vita ti decorasse come un albero di Natale con tutto il bagaglio che ne consegue. È ciò che ci collega con tutto e tutti, che rimane costante anche quando sei diviso. Mi è venuta in mente improvvisando e l’ho subito percepita intensamente. E, come dicevo prima, ha a che fare con mio figlio… lui è il mio specchio, il mio guru: nulla ti mette di fronte a te stessa più di un figlio, per ciò è come guardarsi allo specchio. E guru, nel senso che proprio per questo ti insegna moltissimo.

Come mai è trascorso tanto tempo dall’uscita di “Me And Armini” (2008) per pubblicare questo tuo nuovo album?
Beh, innanzitutto dopo la pubblicazione di “Me And Armini” sono stata in tour per più di un anno e mezzo, e poi tre settimane prima dell’ultimo concerto ho scoperto di essere incinta: a quel punto ho deciso che sarei rimasta a casa.

Stai per intraprendere una nuova tournée: già il 4 ottobre hai in programma un’esibizione a New York…
Farò due settimane di promo tour acustico, e poi il tour vero e proprio a novembre.

È prevista una data anche in Italia, a Milano. Considerando la tua discendenza italiana, com’è per te venire nel nostro paese?
Oh, è bellissimo! Amo davvero tornare in Italia… i miei concerti preferiti sono quelli che ho fatto all’aperto, in piazza [pronunciato in italiano, N.d.R], ti fanno sentire parte del luogo, c’è più contatto con la gente.

Ti capita di incontrare magari dei parenti?
Stavolta no, mio padre è di Napoli.

Per gli show che hai in programma, porterai sul palco musicisti con cui hai già suonato in precedenza o c’è qualcuno di nuovo? E sentiremo anche canzoni dai tuoi primi cd?
Saranno in sei: due che già si sono esibiti con me, e quattro nuovi. È più impegnativo quando ci sono nuove persone.. bisogna fare prove per creare quell’intesa che fa filare tutto liscio al momento del live. Devono imparare anche le canzoni vecchie, perché sì, la scaletta si concentra soprattutto sul mio ultimo lavoro, ma comprende ovviamente anche canzoni dai cd precedenti.

Come affronti i momenti immediatamente precedenti al live? Hai qualche rito scaramantico o fai qualcosa per rilassarti?
[Ridacchia] Sì, ultimamente ho cominciato a creare questa “stanza della calma” dove non sono ammessi computer o cellulari, dove mi stendo e ascolto Satie.[Ride più forte] E pian piano ormai tutti quanti ci riuniamo lì prima del concerto, e stiamo semplicemente seduti o sdraiati in silenzio mentre ascoltiamo la musica.

In un bellissimo pezzo su di te che ho letto proprio ieri, veniva menzionato qualcosa di molto curioso. Se ti dico “The Book of Right On”, che mi dici?
Ahhh già! È un libro che porto con me, che chiamo così perché l’idea di realizzarlo mi è venuta ascoltando il cd “Ys” di Joanna Newsom, in cui scrivo e colleziono qualsiasi cosa che mi colpisca, qualsiasi esperienza, foto, ma anche profumi, scontrini, biglietti dei ristoranti.. di tutto! Ogni persona straordinaria con cui entro in contatto scrive alcune pagine. C’è questa donna fantastica che ho conosciuto che ha scritto una lista di tutte le cose che lei ama della sua New York. E io poi devo fare e vedere tutte queste cose che loro scrivono, appena ne ho l’opportunità, è la regola.

Tornando un attimo alla tua musica: per “Tookah” sei tornata a lavorare con Dan Carey. Che legame artistico c’è tra voi? O meglio, cosa c’è nel suo modo di produrre che ti ha spinto a fare anche questo nuovo cd insieme a lui?
Lavoriamo insieme da tanto, me and Dan.. we are family. I nostri figli crescono insieme. Già con “Fisherman’s Woman” ho collaborato con lui. All’epoca né io né lui avevamo ancora raggiunto il successo e l’esperienza che le nostre rispettive carriere hanno poi ottenuto, quindi fin dall’inizio siamo cresciuti insieme, proprio a livello professionale. Dunque si è trattato di sfruttare la splendida opportunità di divertirsi con un amico che è anche un grande professionista.
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Veniamo alla tua vita: padre italiano, il suo ristorante Reykjavic, com’è stato crescere in Islanda?
[Il tono di voce si fa orgoglioso, e parla con tenerezza della famiglia] Mio padre è arrivato in Islanda senza conoscerla affatto, e i primi tempi è stata dura. Ha vissuto un’Islanda che forse pochi conoscono, e il processo di integrazione ha richiesto del tempo. Si è reso presto conto che in città non esisteva un posto dove si potesse mangiare bene senza spendere troppo, e quindi ha aperto “Italia”, un ristorante che non è di quelli sofisticati ed elitari, ma è un posto in cui le famiglie possono andare a mangiare buon cibo senza perdere un capitale. Voleva un ristorante dove una famiglia potesse riunirsi e stare in compagnia.

[Da qui in poi inframmezza ogni ricordo con una risata di cuore, cui fa immancabilmente eco la mia]
Lì sono tutti formali, i saluti sono piuttosto educati e distanti, al massimo si sentiva dire “Hello Son!”, quando lui era tutto baci e abbracci e modi di fare chiassosi! Crescere con questa eredità è stato divertentissimo! Il mio nome era curioso, certi suoi comportamenti altrettanto. In mezzo a una società così chiusa, se lui si arrabbiava a tavola durante una cena era qualcosa di drammatico, non ci erano abituati!. Una volta dei vicini di casa, col tempo divenuti amici carissimi, ci hanno invitato a mangiare da loro. “In vostro onore cucineremo spaghetti!”. Ed eccoci lì al tavolo, con questi piatti di pasta super scotta su cui versavano ketchup…

[A questo punto sono davvero partecipe del dramma] Oh mio Dio, quello è proprio un grande “no – no”!! …
… Lo so! Infatti papà urlò: “CHE COOOSA?”! Ahahah! Anche quando la mia migliore amica mi invitava a casa sua e preparavano la pasta per me, io facevo [con quel tono di chi si si rassegna al disastro] “Oh no..”; [commenta poi con enfasi teatrale] mi veniva quasi da vomitare sul tavolo!
Una volta disse a mia madre di far venire a casa nostra i suoi genitori. Appena arrivati, mamma apre la porta e lui: “Venite qui, venite!”, li porta in cucina e gli insegna a preparare il ragù alla bolognese come si deve. [Impossibile resistere alla scena, tutte e due a ridere da un continente all’altro].
Mi imbarazzava, però quando anni dopo venni in Italia, tutto acquistò senso. Tutti i commenti, i paragoni che aveva fatto per tutta la mia vita, finalmente capivo davvero cosa volesse dire!
[Si sofferma un attimo e poi, con tanto calore:] Sono davvero, davvero, davvero orgogliosa delle mie origini!

Ti capita mai di riascoltare le tue vecchie canzoni? O meglio, sei di quelli che se vi incappano, spengono subito la radio?
Sì, sono tra quelli. Non ce la faccio proprio… ci lavoro talmente tanto in fase di scrittura e registrazione che quando sono completate le ascolto una volta e poi vado avanti.

Cos’è che ti ispira a comporre? O quali artisti?
Generalmente il ricordo di qualcosa di particolare. In quanto agli artisti, di recente stavo ascoltando “Snowflakes are Dancing” di Isao Tomita, ovvero una rielaborazione della musica di Debussy con sintetizzatore. Mi ha fatto pensare all’Islanda, mi ha subito catturato, ma tra i miei amici sembro essere l’unica! Mi fa uscire dalla realtà e entrare nell’inconscio. La dualità di “Tookah” sta anche in questo: in tutto l’album ci sono due livelli per ogni canzone, il testo racconta una storia, e poi c’è la visione evocata dal suono.

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Com’è stato lasciare l’Islanda? Eri molto giovane quando te ne sei andata.
Credo che non ci pensi, lo fai e basta, quando sei così giovane. Sono partita. Ho fatto il salto nel vuoto appena è arrivato il momento, l’occasione. Ero conscia di essere la ragazza di campagna che si trasferisce nella grande città, ed è stato un nuovo ed eccitante periodo di sperimentazione e al contempo di solitudine, di certo una sfida.

C’è una domanda che non posso non farti, essendo io una malata di cinema…
È un’ottima cosa!

… com’è stato realizzare “Gollum’s Song” e vivere almeno in parte nel mondo de “Il Signore degli Anelli”, lavorando con Howard Shore, Peter Jackson, Fran Walsh?

mso-fareast-font-family:"Times New Roman";mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:

IT;mso-bidi-language:AR-SA”>[Aggiunge con meravigliato umorismo] Mi assegnarono anche un vocal trainer! A quel punto volevo davvero sentirmi come la Streisand, sai? Volevo candele e champagne e alla fine mi sono sistemata con candele e champagne! Ahahahah!Hai già in mente qualche progetto successivo, qualche collaborazione?
No, per niente. Sono molto aperta a ogni eventualità, e nell’immediato mi concentrerò solo sulla promozione (saranno le prime due settimane lontana da mio figlio!) e sul tour.

Beh allora ti faccio i miei più sentiti auguri per questa tournée e “un bacio al piccolo!”
Wh… Ah!! Grazie, grazie mille!

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