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  • Enid: Gradwanderer

    Enid

    Data di uscita: 27-03-2004

    Loudvision:
    Lettori:

Teutonica bellezza, teutonica freddezza

Con questo “Gradwanderer” il gruppo tedesco abbandona le tinte estreme del passato e si apre a delle classiche ed eclettiche variazioni, sebbene non sempre in modo felice. Si sente che il tentativo consiste nel dare piacevolezza e varietà, in ordine alterno; si incontrano, però, eccessivi indugi o eccessivi classicismi, e questo mina la longevità e soprattutto il valore di questa varietà.
Il disco inizia con “Chimera”, immediatamente catchy nel vorticoso e classicheggiante inizio, scandito da un mid-tempo pianistico. Cori e synth dalla pretesa orchestrale un po’ troppo pretenziosa che si scontrano terribilmente con l’intenzione di suonare eleganti e di classe; tuttavia il brano si riprende con il cadenzato chitarristico rock molto melodico e l’attacco delle vocals pulite. Il suono stesso è limpido, pulito e definito; la produzione ne disegna le linee piuttosto che la consistenza e dà una forte impressione di ricercatezza ed eleganza per tutto il disco. Per quel che riguarda la voce si sentono l’accento, la fonetica germanica in generale, ma non è affatto un deficit nel caso degli Enid. In “Chimera” troviamo una struttura composita, non troppo fluida ma piacevole e un discorso musicale sufficientemente ben delineato, che già al primo ascolto scandisce bene tutte le riprese, i pattern ripetuti, il giro ricorsivo che il brano fa su sé stesso. La seguente “An Ode To The Forlorn” introduce qualche nuovo elemento stilistico: pause con percussioni esotiche, flauti che suonano melodie d’attesa, e che poi ripartono in assolo su basi ritmiche di metal classico moderatamente serrate. Al termine del brano troviamo synth di cori su cui Martin Wiese prova dei vocalizzi che non sfigurerebbero in un album degli Arcana, ma che in questo contesto sicuramente destano perlomeno sorpresa. Un pianoforte melodico, di scuola contemporanea, sorregge la nostalgica “Silent Stage”, poetica anche nel testo e appartenente ad un repertorio autoriale di buona qualità. Il pezzo si sviluppa intorno a note piacevolissime, un andamento forte e si svolge nell’intenso ritornello conclusivo, con un finale delicato che riassume tutti i momenti significativi del brano. La title track ha, insieme ad “Exemption”, una vena epica e tratti frequentemente propri di una colonna sonora da film d’epoca, in costume. Sicuramente qui si mettono più in luce le caratteristiche prog, l’amore per i barocchismi manierati, un gusto per il classico. La title track indugia di più nel sentimentale, specie nel break centrale in cui ricompaiono vocalizzi corali su toni gravi che ispirano una solennità un po’ sintetica ed artificiosa.[PAGEBREAK]La canzone che più divide questo lavoro è “Die Seelensteine”, su cui la band indubbiamente punta molto; divide letteralmente l’ascolto del disco essendo lunga quasi sedici minuti. È composta da una fase iniziale di contrappunto chitarra folk/piano (tipico stile della ballad), un ritornello pianistico delizioso, pause epiche con synth-choirs e toni vocali evocativi; prosegue con una meditazione centrale barocco-moderna (linee vocali che sembrano rifarsi all’opera barocca, stile pianistico da accompagnamento moderno, quasi jazz), e in tutta la sua seconda parte propone ripetizioni di queste fasi, piccoli giochi e variazioni. Il vero problema è che nessuno di questi elementi fanno della suddetta una epic ballad, e dopo i primi sei minuti si ha la sensazione di avere in mano tutto ciò che serviva perché questo pezzo piacesse. La durata diviene eccessiva in quanto stiracchia ciò che poteva condensarsi meglio; frequente è il salvataggio sul ritornello per dare la sensazione all’ascoltatore del ‘rientrare in tema’. “When The Last Glow Flies” ha un’incarnazione leggermente più classic-rock, sempre aiutata dal pianoforte. Sempre per stupire, “The Burning Of The Sea” presenta un po’ di Blues e di Swing-rock, e liriche in tema abbastanza godibili; è divertente notare come non si sia rinunciato poi al metal o alla batteria con la doppia cassa nel ritornello.
Sicuramente chi ha composto tutto questo è una personalità matura, senza finalità troppo specifiche, e capace anche di creare brani interessanti. Si dovrebbe forse ridurre in parte il trascinamento nel tempo di alcuni episodi, e lasciare che le novità si dichiarino senza ripetersi o addirittura diventando prevedibili all’orecchio – cosa che determina lo scacco matto a questa opera musicalmente composita.

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