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  • Ephel Duath: Through My Dog’s Eyes

    Ephel Duath

    Data di uscita: 27-01-2009

    Loudvision:
    Lettori:

Creatività alla catena

Correva l’anno 2003, “The Painter’s Palette” sbaragliava pubblico e critica sciacquando via anni di tentativi coraggiosi e spesso maldestri da parte di decine di altri gruppi, a volte molto più blasonati, di coniugare jazz e metal estremo dosandoli in parti uguali.

Ci si aspettava che prima o poi qualcuno azzeccasse il disco giusto mettendo insieme estro ritmico e distorsioni, pigiando allo stesso tempo l’acceleratore ed il pedale del groove. Hanno fatto centro proprio i nostrani Ephel Duath, perlomeno con la prima metà di “The Painter’s Palette” che pur non essendo esente da sbavature scorreva così fluida e ben arrangiata che tanto bastava.

Quell’esperimento vincente pesa e getta un’ombra sul lavoro compositivo di Davide Tiso, che già dal successivo “Pain Necessary To Know” comincia ad arrancare con collage poco coerenti, perde la naturalezza e la fluidità, arrivando oggi in piena fase di stallo a “Through My Dog’s Eyes”.

Le prime idee interessanti che colpiscono nella nuova opera sono meta-musicali: l’album si dichiara dal titolo, il mondo visto dagli occhi di un cane. Il lavoro grafico di Seldon Hunt interpreta magnificamente il concetto e crea un vero e proprio set immaginifico dove ambientare la rappresentazione sonora.
[PAGEBREAK] Poi parte la musica, è un acquitrino dissonante (fin qui niente di male) di chitarre sporche; non tanto dissonante e amelodico da far felici Zorniani e Pattoniani, ma involuto e arroccato. Talvolta nella gabbia invisibile dell’improvvisazione, talvolta nello sforzo disumano di inseguire l’ispirazione quando proprio non vuole concedersi.

La musica passa senza lasciare il segno, scorre veloce perché sono solo trenta minuti, l’album è azzeccato nella misura in cui si cerca di immaginarselo come la colonna sonora di un albo di Dylan Dog, vivendosi il proprio fumetto urbano, provando a vedere i graffiti sui muretti sporchi, la rete arrugginita e le foglie sul selciato macchiato di olio e benzina. “Through My Dog’s Eyes” tutto questo lo suggerisce ma non coinvolge al punto di ricrearlo.

Purtroppo resta solo uno spunto creativo, un guizzo ammirevole bloccato a metà. Risucchiata da un crampo creativo, questa volta la musica non riesce a reggere il peso dell’estro che vorrebbe spingerla avanti.

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