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Epica d’altri tempi

La Pixar e il regista Andrew Stanton hanno insistito molto per inserire nella trasposizione del primo libro delle saghe marziane di Edgar Rice Burroughs un inizio western, genere molto amato, frequentato e citato dalla factory di John Lasseter e che riesce a dare da subito il tono preciso della prima opera in live action del regista di “Wall•E”.

John Carter“, pare, non sta avendo il successo che tutti si aspettavano. E che, aggiungo, si meriterebbe tutto. Molti sono stati i recensori che hanno storto il naso, che hanno parlato e scritto di incongruenze, di bruschi passaggi narrativi, di un finale troppo improvviso. Tutte accuse che hanno una loro fondatezza ma che perdono di vista il punto fondamentale del film: “John Carter”, col suo finale forse troppo frettoloso, con la sua regina un po’ stereotipata che deve essere salvata dall’eroe di turno in puro stile Disney, trattiene tuttavia una potenza e una meravigliosità che lo rendono perfetta evocazione di quel ciclo di romanzi di inizio Novecento.

Sarebbe inutile fare le pulci a un film che nasce col preciso intento di intrattenere il pubblico (ma nel senso più alto, come i prodotti Pixar) con una storia avventurosa e un protagonista ribelle e selvaggio, senza bandiere ma giusto d’animo. Ecco perché l’inizio western è così indicato, perché Stanton ragiona su modelli americani purosangue, segue i sentieri polverosi di Ford e mostra gli indiani nell’incipit terrestre come proiettori del ruolo (reale e cinematografico) di quelli che ne prenderanno il posto su Marte (il popolo guerriero e onorevole, dei Tark). Così come i deserti polverosi nei quali corre la cavalleria americana rimanderanno a quelli ben più ampi del pianeta rosso, angariato dalla mancanza d’acqua. Stanton, che mette piede per la prima volta su set reali dopo anni di animazione al computer, è scrupoloso, attento, e plasma la superficie della Terra in modo che rappresenti di volta in volta due pianeti diversi, mantenendo però i contatti (cinefili) tra l’uno e l’altro.
[PAGEBREAK] In fondo cos’è John Carter? Un rinnegato il cui nome inizialmente non è neanche compreso: i Tark pensano infatti si chiami Virginia, ossia scambiano il luogo da cui proviene con le sue credenziali d’identità. Un senza causa che ha perso tutto e non vuole aiutare nessuno se non se stesso. La sua maturazione, in puro stile Disney ma soprattutto in linea col cinema classico avventuroso americano, è tuttavia scolpita nel film attraverso un momento d’indubbio fascino che, tramite il montaggio, alterna a una sequenza di scontro il flashback-ricordo del nostro mentre seppellisce i cadaveri dei suoi cari, al ritorno dalla Guerra di Secessione.

Stanton gioca su sentimenti primari, ma più che le svolte narrative (comunque affascinanti e non prive di colpi di scena), gli interessa seguire la plasticità dei corpi e la loro interazione con l’ambiente. La notevole agilità di John Carter, se rimanda da un lato alla mitologia burroughsiana, nello stesso tempo lo avvicina agli altri personaggi del regista, alle sue figure d’animazione.

Lo sguardo troppo serioso non si adatta a “John Carter” che chiede invece l’innocenza e la purezza del cinema delle origini e della letteratura seriale ottocentesca: l’avventura per l’avventura con colpi di scena e combattimenti di eserciti, giuramenti, fedeltà, amicizie sbocciate tra caratteri opposti. Ciò che abbiamo di fronte è un pastiche postmoderno di tutti i generi avventurosi del cinema (di serie A e B), un aggiornamento delle rutilanti avventure di Indiana Jones, un caleidoscopio di meraviglie che ci invita a un salto nella fantasia. Come per i suoi lavori alla Pixar, Stanton ci fa tornare spettatori bambini in uno spettacolo che però strizza continuamente l’occhio all’adulto.

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