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Eravamo quattro amici al pub

Ci sono musicisti e Musicisti. Ci sono artisti e Artisti. Daniel Cavanagh, primattore della multiforme creatura “Anathema” è uno di quelli che le maiuscole se le merita tutte. In tanti anni di carriera non si è mai sentito in diritto di sentirsi superiore al suo pubblico, come tanti altri fanno. Allora se non bastassero gli album storici che portano la sua firma come “The Silent Enigma”, “Judgement”, “Eternity”, “Alternative 4″, “A Fine Day To Exit” e “A Natural Disaster” (solo per non voler andare troppo a ritroso negli anni), se non bastassero gli innumerevoli tour europeri con i suoi Anathema, se non bastasse la sua squisita semplicità, eccolo allora che si mette in cammino solo soletto, nemmeno fosse un menestrello del ’500, a raccontare le sue emozioni. Cos’altro serve in fondo se non un piano e una chitarra per una cascata di emozioni? Così una serata surreale diventa una piccola gemma da incastonare nei ricordi.
Il locale offre una stanza intima nel seminterrato, di quelle con il cartone delle uova sul soffitto, capace di contenere non più di un centinaio di persone; il prezzo d’ingresso è esiguo. Non si viene in un locale da cento posti per fare cassa, questo è chiaro. E nemmeno fossimo tutti amici suoi, Danny non smette mai di parlare ora con uno ora con un altro, semplicemente. La scaletta? Nemmeno a parlarne. Il pubblico chiede e lui dispensa, infaticabile, con la passione ruggente che solo i più grandi hanno, facendo danzare su poche e semplici note i cuori di tutti i presenti. Così parte una raffica di brani su richiesta, dai classici degli Anathema alle cover più disparate, fra cui anche “Wasted Years” degli Iron Maiden eseguita al piano e “Nothing Else Matters” dei Metallica. I pochissimi “not tonight” Danny li consegna alle richieste di alcuni nostalgici che invocano “Sleepless” o “Restless Oblivion”. Se poi, dopo una cover di Nick Drake, una corda si rompe e il ricambio è rimasto in albergo qual è il problema? Dopo una sosta tecnica di un quarto d’ora si riparte. E anzi Danny ne approfitta per risuonare alcuni brani che nella prima parte non lo avevano soddisfatto a sufficienza. Credeteci o no, alla fine sono state tre ore di concerto.
È l’una passata quando Daniel lascia il palco per una focaccia e una raffica di foto ed autografi.
Una notte all’insegna dello squisito sapore della semplicità.

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