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  • Error Head: Modern Hippie

    Error Head

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Genio “made in Europe”

Errorhead è il mostro a tre teste partorito dal genio chitarristico di Marcus Nepomuc Deml, nato a Praga nel 1967 e successivamente migrato con la sua famiglia nella Germania Ovest a fine anni ’60. Uno che a quindici anni suonava brani di George Benson e che ha sviluppato la propria naturale propensione alla sei corde in Europa e negli Usa, arrivando ad esibirsi su palchi prestigiosi come il Montreaux Jazz Festival. Ascoltandolo con gli Errorhead si evince tutta la sua cultura musicale, appresa come autodidatta (e non) sui classici del blues, del rock, del jazz e di tutta la musica seminale degli anni ’60/’70. Non a caso il nuovo album, terzo con il monicker Errorhead, si intitola “Modern Hippie”, una dichiarazione d’intenti nuda e cruda di chi ha ben in mente le proprie radici e il progredire della propria direzione artistica.

Mark ci sa fare, maneggia lo strumento con personalità e tocco sorprendenti, sorta di Vaughan post-moderno, solo molto più versatile. “Modern Hippie” contiene infatti un repertorio di suoni e stili da far impallidire Frank Zappa, ma il punto di fondo è l’unicità della “pacca” (per dirla in gergo chitarrisitico) che l’axeman snocciola in totale armonia con il proprio background, qui rielaborato in modo raramente derivativo e assolutamente riconoscibile.
“Connected” trasuda power-trio hendrixiano ad ogni beat, “For My Brothers” ci ricorda l’importanza di gente come Rory Gallagher e Jeff Beck, “Watch My Cloud” sa di indefinito, un po’ funk misolidio e un po’ shred, “Northern Lights” non sfigurerebbe in un disco dei Pink Floyd, introspettiva e misteriosa, con un drumming “liquido” e una prepotente impennata rock nel finale in cui dominano bending intensissimi di scuola gilmour-iana.

Infine, chicca delle chicche, la conclusiva “Tata”, estratto di puro genio manouche acustico che riporta felicemente alla mente la classe inequivocabile di sua maestà Django Reinhardt.
Un viaggio intenso, emozionante, diverso. La dimostrazione fisica di come il talento risieda spesse volte in nomi meno blasonati di certi mostri sacri che si è abituati a considerare unici depositari dell’arte della sei corde.
Chapeau.

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