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Esce un nuovo libro dai curatori di D&R

Questa settimana il team di Diritto & Rovescio ha messo a segno un’altra tappa editoriale. Sebbene non abbia una stretta rilevanza con i nostri temi, nonché con le tematiche di Diritto & Rovescio, si tratta come sempre di un approfondito reportage giornalistico di denuncia sociale molto forte. Abbiamo fatto due chiacchiere con l’autore, alla ricerca del perché invece che godersi il litorale cosentino nelle miti temperature tardo-estive, il team di D&R si sia addentrato in una tematica così torbida. Per scoprire il senso civico e sociale della loro ricerca.

Buongiorno Angelo. Spiegaci innanzitutto perché mai dovremmo parlare di “Tra L’Incudine E Il Martello” e soprattutto perché l’hai fatto invece di occuparti di diritto online come fai sempre.
Quando ho cominciato raccogliere quasi per caso materiale sul tema del libro, che riguarda i testimoni di giustizia, mi sono accorto che la gente, a volte gli stessi operatori del diritto, spesso confondono la figura del “testimone di giustizia” con quella del “collaboratore di giustizia“, identificando entrambe le categorie con un unico concetto, quello del “pentito” e finendo, in definitiva, per dare ad esso una connotazione negativa. Il ché è ignobile, perché nel primo caso parliamo di eroi nazionali. I testimoni di giustizia – in gergo volgare detti “testimoni oculari” – sono coloro che, senza far parte di organizzazioni criminali, sono a conoscenza di un fatto criminoso, a volte ne sono essi stessi vittima, e hanno inteso informarne le autorità. Al contrario, i collaboratori sono coloro che, dopo essersi macchiati di reati efferati, hanno avviato una cooperazione con la giustizia. Ebbene, è vero che non c’entra niente col diritto online, ma è un fatto di rilevanza sociale enorme che mostra l’ennesima smagliatura di un sistema che si sta ulteriormente allontanando dalla perfezione.

Definisci meglio per tutti come avviene che uno di noi può diventare testimone di giustizia.
In Italia, attualmente, sono circa settantuno i testimoni di giustizia. Ognuna delle loro storie si può riassumere in tre momenti: deposizione, accesso al programma di protezione, abbandono. Il viaggio nel loro mondo porta infatti alla luce problematiche di ogni sorta, apre scenari impensabili su vite spezzate, e tutto questo per aver dato prova di alto senso civico e morale. Ricercati da coloro che hanno fatto condannare e abbandonati da uno Stato sordo e cieco nei confronti delle più basilari esigenze di vita. Ecco perché ho definito i testimoni di giustizia come persone che si ritrovano tra l’incudine e il martello.

Quindi cosa ti sei prefisso di raccontare?
La nostra ricerca entra nelle dimore protette dei testimoni e racconta le loro vite. Ho cercato di tenere una forma narrativa avvincente per rendere comunque umanamente invitante la lettura. Stiamo parlando di vite incredibili ed eroiche, che schiudono le porte di un mondo ai confini del reale, dove i mostri sono prima i criminali, dopo i burocrati. Ad un certo punto si può arrivare a dire che “La mafia che ammazza le persone, lo Stato che ammazza la speranza

Per quello che può essere la conoscenza media di una persona si sa che un testimone di giustizia viene a cambiare identità e domicilio. Come funziona questa forma di protezione?
È un po’ come guidare in una strada fatta di buche. Non si può scrivere di qualcuno del quale è stata cancellata ogni informazione. E i programmi di protezione, per quanto inefficienti e inefficaci, hanno questo indubbio risultato: che scavano buche come burroni. Le prime, le più evidenti, nella storia del testimone: annullata e calpestata in nome di una sicurezza che lo Stato non riesce a preservare se non con la mimetizzazione e l’allontanamento. Le seconde, le più profonde, sono quelle nell’animo dello stesso soggetto protetto. L’abbandono e la sfiducia diventano puntualmente sensazioni comuni ai testimoni oggi in custodia al Servizio centrale di protezione.

Perché secondo te lo Stato si è dimenticato di queste persone?
Un’inerzia a cui ci siamo sforzati di attribuire un significato. Giovanni Falcone, dall’alto della sua esperienza, diceva: “Se è vero, com’è vero, che una delle cause principali dell’attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppo inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti“. E questo, di per sé, basterebbe più di tante parole.

La persona comune, secondo te, come reagisce a questo fenomeno? Come percepisce un testimone di giustizia?
La posizione di estrema conflittualità – quasi una guerra aperta – tra i testimoni e le istituzioni che gestiscono i programmi di protezione sembra non essere un problema della collettività. E invece nessuno immagina quanto il nostro sistema giudiziario poggi le proprie indagini, le prove, molti dei più importanti processi e, in definitiva, le sentenze di condanna, sul contributo dei testimoni, soggetti terzi ed incensurati, per nulla mossi da interessi egoistici (come invece i collaboratori di giustizia). Dall’altro lato, la normativa vigente prevede costosissime misure di protezione per coloro che collaborano con la giustizia e, tuttavia, hanno alle spalle efferati delitti. Benefici penitenziari, economici, sconti sulle pene, goduti peraltro con estrema spavalderia rendono estremamente agevoli, e anzi invidiabili, le vite di costoro. In forza di ciò, i pentiti sono particolarmente invisi al comune cittadino e, in particolare, ai familiari delle vittime. Dall’altro lato, invece, ci sono numerosi magistrati e coraggiosi testimoni di giustizia che hanno portato avanti numerosi processi contro la criminalità organizzata, ma senza alcuna protezione. Ecco perché è necessario conoscere le loro vite. La nostra fatica ha il dovere morale di far sapere chi sono queste persone, cosa hanno fatto, quante privazioni e sacrifici hanno sopportato per rendere il loro contributo alla società. Che non li ha mai ripagati.

Secondo il vostro studio si tratta di un complotto preordinato o la solita inefficienza burocratica?
Bé, sai… Noi una risposta l’abbiamo data. Ed è uno scenario agghiacciante, che rivelerebbe l’ennesimo “segreto di Stato” pieno di sangue.

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