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Esplorando il corpo (dis)umano

Mercoledì 29 Giugno – Fonderie Teatrali Limone, Moncalieri
20:30 – 21:30 TG (dj set – inside)
21:30 – 22:30 TG (live – inside)
22:45 – 23:25 CCC CNC NCN (live- outside)
23:30 – 00:00 Asia Argento (dj set- inside)
00:00 – 01:00 – TG (live – inside)
01:00 – 01:30 Asia Argento (dj set- inside)
01:30 – 02:30 Pan Sonic (live – inside)
02:30 – … General Elektrik – (dj set – inside)

La situazione richiamerebbe ad alta voce l’egida della Liturgia Rock; ma i Throbbing Gristle, sono/erano, se non esattamente l’incarnazione dell’anti-rock, in quanto anti-materia della materia rock, be’, qualcosa ad esso molto prossimo. Altresì, potremmo parlare di Manifestazione Pop-olare, ma, non vogliatemene, ri-pensare i TG in questo modo è qualcosa più che un colpo al cuore, seppur sinceramente auspicabile per un futuro prossimo venturo. Allora, sì, opteremmo per il Meeting Indipendente, se alla mercanzia Indie non fosse connessa tutto un insieme di musiche decisamente distante dai Nostri. Dunque, tocca davvero parlare di “Congressi Post-Industriali” o quantomeno di un giusto tributo alla nostra contemporaneità, con un equo contributo di scintille e lamiere musicali.
Da qui partono i CCC CNC NCN, manipolo di teatranti torinesi tornati in attività dopo un decennio: i dintorni sono quelli delle Officine Schwartz e consimili; le modalità, quelle figlie di un teatro che, per approssimazione, possiamo definire nipote del Living Theatre e soci, e quindi delle sperimentazioni della seconda metà del secolo scorso. Una certa matrice da happening si trova a far rima con l’ambientistica industriale, le betoniere, i bidoni, le ritmiche a volte tribali, a volte più rigidamente di scuola industrial; malta, fiaccole, una sposa di bianco vestita, edifici virtuali che crollano e un “Nulla si Crea, Tutto si Distrugge” finale. Seppur non originalissimo, è un ottimo spettacolo wannabe situazionista e certamente male non può fare, continuare a ripensare il luogo e le pratiche teatrali. Peccato già Test Department, Einsturzende Neubauten e soci avessero pensato a portare il cantiere (fuori) (d)a(l) teatro.
Siparietto Asia Argento – o della mancanza di senso -: momento folkloristico di djing a dir poco approssimativo, paraculo quanto basta e tecnicamente inguardabile/inascoltabile. Quantomeno mette i Kraftwerk. Molte risate nel momento in cui, dopo essere stata ripetutamente insultata, scaglia un 33 giri – poi riportatole!!! – verso il pubblico e fa per andarsene; ci ripensa, breve ballo scomposto e ricomincia. Mah.

L’evento: i Throbbing Gristle dal vivo. Sull’importanza storico/musicale del combo siete invitati a smanettare con i mezzi tecnologici, e non, a vostra disposizione. Qui urge giusto sottolineare come questo sia stato il loro secondo concerto live dalla fantomatica riunione e l’unico in Europa continentale.
Per l’occasione i Nostri dividono lo show in due parti, data la non eccessiva grandezza della location e la particolarità dell’incontro. Inutile dire che l’informazione viaggia male e il sottoscritto si perde la prima parte (…). Per quanto riguarda la seconda parte, bisogna dire che l’attesa è stata ampiamente ripagata.
Da chiarirsi: i TG sono cambiati. Pare ovvio, ma molti si aspettavano tutta una serie di eccessi e deliri che invece appartengono chiaramente a un passato remoto. Ora abbiamo semplicemente davanti degli inglesissimi signori/e di mezz’età, tranquilli e posati – con l’ovvia eccezione di Genesis P.Orridge e della sua Pandrogenia – e poco di più. Capostipiti di un modo d’intendere musica/etica/estetica/arte che ha fatto scuola, i quattro ci riservano un set molto particolare, segnato e dai bassi semplicemente devastanti in quanto a potenza ed intensità, e da un ri -aggiornamento della propria grammatica musicale secondo l’utilizzo del digitale e del software, a sostituire parte della strumentazione analogica. Ovviamente, Macintosh a profusione, una simpatica chitarra e il suo problematico amplificatore per Cosey, multieffetto, una tromba, forse un Kaospad per P. Christopherson, un basso per G.P.Orridge, un’artistica bottiglia di birra per il basso di G.P.Orridge, un leggio drappeggiato da un tessuto ricamato d’oro per G.P.Orridge, ovazioni per G.P.Orridge, etc.

L’impressione è quasi – pare assurdo – nostalgica; non che la performance sia deficitaria, tutt’altro!, solo che questi TG sono davvero un’altra cosa e la curiosità maggiore nasce(rà) dal sentire le nuove creazioni, se e quando ci saranno e se seguiranno le declinazioni in digitale qui ascoltate. Per il resto, un set molto intenso, con i bassi a scavare dentro la mente, il corpo e la realtà stessa e Orridge a declamarci sopra le sue inquietanti litanie. Veri motori del tutto, il beneamato P.Christopherson e il fido compare C.Carter, che creano un tappeto di beats incisivi ed alquanto up-to-date. Poca improvvisazione, rumorismi sotto la media, molto affetto. Irrinunciabili. ” Convincing People” e “What a Day”, per dire; ‘sticazzi.
Altro giro, altro dj set di A.Argento. Stessi risultati, con in più un abbraccio scambiato con Genesis P.Orridge.
Capitolo Pan Sonic: l’apertura non è delle migliori, con il suo muro di suono praticamente power noise. Fortunatamente, poi, il duo inizia a costruire architetture musicali interessanti e stimolanti, seppur a volte pecchi di eccessiva autoindulgenza e fiducia nei propri mezzi. Comunque sia, un concerto molto “fisico”, sudato e pieno di improvvisazioni e distorsione. Quasi rock in quanto categoria dell’animo, se non nello svolgimento. Volumi alti, bassi a pompare come al solito nella cassa toracica, i Pan Sonic hanno tirato fuori uno show molto interessante, seppur a tratti un po’ noioso e prolisso. Rimangono tra i più interessanti sperimentatori contemporanei di quello spazio liminale tra musica industriale, avanguardia storica, ritmi technoidi e novità digitali. Molto rumore, ma non sempre per nulla.
Chiudono i General Elektrik, quattro gatti in sala, meno di venti persone; il set pareva alquanto interessante, ma più nessuno o quasi ha voglia di ballare e loro tornano mestamente a casa. Per quanto possa valere, bravi comunque
ps. Prossimamente Z’ev, altro antesignano del suono industriale. Occhi e orecchi ben aperti, di grazia.
[PAGEBREAK] Giovedì 30 Giugno – Parco della Pellerina, Torino
Chris Cunningham, Aphex Twin

Aiuto, arrivano gli alieni. E stavolta non c’è nessun bamboccio stile Tom Cruise pronto a salvarci. Sono già sbarcati, stanno qui davanti a noi, preparano i loro implacabili dispositivi di distruzione. Il fatto che vogliano attentare alla nostra salute (mentale) soltanto con suoni e immagini non li rende certo più amichevoli: vogliono tutti i nostri neuroni. E li avranno. Poco importa se provengono dall’Inghilterra e non da qualche strana dimensione parallela, poco importa se si nascondono sotto le sembianze di Richard D. James e Chris Cunningham: la totale alterità dei due personaggi rispetto al genere umano è fin troppo palese.
Ore 22.40, scatta l’offensiva. Sullo schermo appaiono le immagini di “Rubber Johnny”, il nuovo corto partorito dalla comunione artistica tra i due genietti dell’elettronica. Vediamo solo gli occhi di un cane, immersi nel verde vitreo di una ripresa agli infrarossi; poi, in penombra, un freak dalla testa enorme riverso su una sedia a rotelle. Ad un tratto l’essere deforme inizia a muoversi in modo totalmente disarticolato, in perfetta sincronia con le ritmiche scomposte e ultra-sincopate del brano prescelto, “Afx237v.7″ da “Drukqs”. Il pubblico è a bocca aperta, totalmente rapito dall’atmosfera affascinantemente malsana, dalla precisione dell’animazione e dei morphing, dai vertici raggiunti nell’integrazione tra organicità e meccanicismo; uno degli highlight assoluti della produzione di Chris Cunningham.
Si prosegue con una versione estesa di “Flex”, una delle prime opere realizzate del regista: per l’introduzione – costituita dall’iterazione ossessiva di due colpi inferti da un uomo a una donna, intercalati da una fiammata che “nasconde” una fellatio – viene utilizzato un brano decisamente techno, probabilmente prelevato da Caustic Window. Poi appare lo scorcio di un palazzo di periferia che si staglia su un cielo grigio, e tanto basta per far esplodere il pubblico: è il momento di “Come To Daddy”, ovviamente corredata dal celebre videoclip. Segue a ruota una nuova versione del video di “Windowlicker”, accorciato ma non privo delle simpatiche ballerine in bikini con la faccia di Aphex Twin. A chiudere la prima parte dello spettacolo viene proiettato “Monkey Drummer”, rimaneggiato anch’esso per l’occasione.
È passata quasi un’ora, e a questo punto si inizia a fare sul serio. I brani più famosi sono già stati suonati, i fan sono soddisfatti. È tempo che Aphex Twin dia libero sfogo alla propria pazzia.
Ai lati della console vengono allestiti altri due schermi, sui quali saranno proiettate delle ombre cinesi di crescente complessità, figlie anch’esse delle considerazioni sulla figura umana tanto care a Cunningham: da semplici corpi in movimento si tramuteranno ben presto in girandole di arti sovrannumerari, per poi sfociare in un vero e proprio turbinio geometricamente astratto di parti fisiche non ben definite. Come se non bastasse, di fronte a questi schermi si esibiranno due ballerine vestite da sposa, con tanto di maschere recanti le fattezze sadicamente ghignanti del DJ inglese. I brani proposti sono ora praticamente sconosciuti, salvo un remix di “Windowlicker”. Comunque il musicista opta per un approccio non troppo estremo, lontano sia dal minimalismo “dance” degli esordi che dalla glacialità cerebrale di “Drukqs”; a sorpresa non viene suonato nemmeno un brano dai recenti EP “Analord”. È interessante notare come ora il pubblico sia in qualche modo spiazzato e dubbioso: abbandonarsi al ritmo e muovere piedi e culo? Oppure lasciarsi ammaliare dalle immagini e dai suoni, permettendo così alla mente di danzare? Sta di fatto che un po’ tutti sono psicofisicamente coinvolti e, data la grande affluenza, questa non è certo cosa da poco.
Richard D. James è freddo, composto, immobile e concentratissimo. Non importa se ai suoi lati ci sono delle ballerine con la sua faccia, e sopra la sua testa delle animazioni sempre più deliranti (mani che agiscono su dei mixer, architetture pulsanti, accostamenti di colori acidi, dettagli di cavallette, insetti umanoidi, illustrazioni da fumetto): si piega sulla strumentazione, manipola ritmi ed effetti, fa fluire il suo materiale sonoro come se si trattasse della cosa più semplice del mondo.
Inoltre, in modo apparentemente casuale, nei rarissimi momenti di esaltazione alza i pugni e incita il pubblico; poi nel giro di un attimo ripiomba nella fissità più totale.

È effettivamente arduo esprimere un giudizio lucido sull’evento: bisognerebbe innanzitutto chiarire cos’è stato. Un concerto? Un DJ-Set? Uno spettacolo? O forse l’insieme di tutto questo? Una delle cose certe è che abbiamo assistito ad una chiarissima dimostrazione di talento, a un’interpretazione della musica elettronica che non teme di essere Arte e che al contempo non si vergogna di eventuali “abbassamenti”; la dimostrazione che la velocità e la frenesia del videoclip – forma espressiva spesso soggetta a critiche un po’ sterili – potrebbero persino costituire la base fondante di un gesamtkunstwerk postmoderno, una nuova forma di “arte totale” non ancora pienamente esplorata, ma finalmente vicina al sentire comune. Di sicuro abbiamo partecipato alla consacrazione definitiva di due artisti che, partiti da un territorio decisamente di nicchia e di avanguardia, stanno riuscendo a imporsi sulla massa e a farne evolvere i gusti, senza tuttavia cedere ad alcun tipo di compromesso da industria videomusicale.
In chiusura, uno sberleffo: vengono trasmessi frammenti di canzoni di Tiziano Ferro, Avril Lavigne e altre popstar, intercalati da commenti poco concilianti a proposito della musica commerciale; poi la voce ci rivela che è ora di “un po’ di sana devastazione”, e Aphex Twin fa partire una sfuriata gabber-noise della durata di un minuto circa, che pone una lapide e un fiore sui nostri timpani già malconci.
Lo spettacolo è finito, si va tutti a casa. Dopo un incontro ravvicinato del terzo tipo della durata di due ore.
[PAGEBREAK] Sabato 2 Luglio – Parco della Pellerina, Torino
21:30 – 24:00 808 State & New Order

Stasera va in scena la celebrazione di un’intera epopea, l’epica pop di una fetta della storia recente della musica rock e, come valore aggiunto, da ballo. Torna in auge la Madchester dei tempi d’oro, sia nella sua riesumazione nostalgica delle spinte post-punk formato Joy Division, sia nella rivoluzione compiuta da New Order e soci, passando per i paesaggi chimici formato Ibiza e trainspotter vari ed eventuali. Unica data italiana e una fetta di infinite vite e vicissutidini succedutesi in tutti questi lustri. Guardare alla voce New Order dell’enciclopedia del rock significa avere molto, molto, molto tempo a disposizione. Principale merito è quello di aver saputo sempre, o quasi, cogliere zeitgeist e tendenze; se per intrinseca sensibilità intuitiva o sana dose di razionale paraculismo, difficile dirlo – probabilmente la verità sta nel mezzo. Fatto sta che, tra gli altri, dobbiamo proprio alla Madchester di quei tempi il fecondo matrimonio tra musica rock ed esigenze dance, il quale connubio tante gioie musicali, e non, ci ha portato. Che poi nell’impasto del discorso entrino la Factory, l’Hacienda, l’acid house, i Primal Scream, M.Winterbottom, gli Happy Mondays & gli Stone Roses, è solo indicativo della grandezza dell’oggetto trattato; quasi che, brucia un poco dirlo, l’argomento sia addirittura troppo grosso per poter essere trattato. Quasi.
Di scena vanno prima gli 808 State: una delusione quasi assoluta. Da pionieri di molte tendenze della musica elettronica, anche contemporanea, Graham Massey e soci si riciclano in gruppo rock, per struttura ed attitudine. E per quanto sia apprezzabile il coraggio, il risultato è, ahimè, piuttosto deficitario. Formalmente ineccepibili, le canzoni a questo punto tendono ad assomigliarsi un po’ tutte, e non aiuta l’esecuzione, piuttosto lineare, per quanto fisica. Da persone che hanno lavorato con New Order, Bowie, Bjork e i cui dischi sono tra i preferiti di Aphex Twin, be’, ci si aspetta tutt’altro. Mannaggia.

New Order: non avranno cambiato la storia – è comunque da discuterne -, ma sicuramente qualche vita sì!
Brividi, qualche lacrimuccia tra il pubblico, migliaia di, diversissimi, individui raccolti da una stessa, sentita, passione. E allora ben venga meno il fattore novità, se in testa e nel cuore risuonano quelle note, quelle voci e quelle storie. Il concerto non è perfetto, i suoni e la strumentazione potrebbero essere migliori, ma P.Hook e soci hanno una carica che manco a vent’anni e lo show corre via fresco e veloce. Non mancano i classici dei Joy Division e quella malinconia leggera va allargandosi sempre più, sostenuta dalla professionalità di Summer, Morris e Cunningham a sbattersi tra chitarre e synth. Tra un tributo alla storia del pop e l’altro – Kylie Minogue e i Kraftwerk -, i Nostri trovano anche il tempo per una “Everything’s Gone Green” che, per stessa ammissione di Hook, non suonavano da anni. Grande introduzione di Tony “Factory” Wilson: ” C’è chi cambia stile 1 volta, chi cambia stile 2 volte chi cambia stile 3 volte, fuck U2 these are New Order!”. Ovviamente, sui pezzi dei Joy Division – tra gli altri, “She’s Lost Control” e “Love Will Tear Us Apart” – scatta il delirio. Potete immaginare su “Blue Monday”.
A prescindere da tutti i problemi tecnici e la resa dei suoni, il concerto è stato magnifico; in grado di smuovere emozioni a prescindere da inclinazioni e sentimenti, quasi l’esemplificazione della più blasonata teoria di Pavlov.
A seguire, una nottata in compagnia dei dj dell’Hacienda e di Tony Wilson e Shaun Ryder, ex-Happy Mondays; peccato la location non fosse adattissima alla folla oceanica, motivo per il quale non ne ho goduto.
E qualcuno ancora sostiene che l’evento della stagione sia il concerto degli U2. Ma per piacere.

New Order:
Crystal
Regret
Love Vigilantes
Krafty
Transmission
Atmosphere
Everything’s Gone Green
Waiting For The Sirens’ Call
True Faith
Bizarre Love Triangle
Love Will Tear Us Apart
Temptation

Encore:
Your Silent Face
She’s Lost Control
Blue Monday

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