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Essere poliziotti a Brooklyn

Ethan Hawke è uno dei protagonisti di “Brooklyn’s Finest”, il film Fuori Concorso di Antoine Fuqua. Dice di non sentirsi più pretty come una volta, ma a guardarlo oggi mentre sta per varcare la soglia dei quarant’anni, Ethan Hawke, nonostante qualche ruga in più, conserva ancora nello sguardo tutta la dolcezza e il fascino del ragazzo che abbiamo conosciuto e amato in alcuni dei film cult degli anni Novanta, “L’Attimo Fuggente” e “Prima dell’Alba” su tutti. E quando lo abbiamo incontrato dopo la presentazione di “Brooklyn’s Finest”, ci ha raccontato che tornare a Venezia a venti anni esatti dal film di Peter Weir lo ha fatto commuovere non poco.

Che cosa l’ha spinta ad accettare il ruolo del poliziotto corrotto Sal?
Avevo già lavorato con Antoine Fuqua in Training Day e la prospettiva di girare un altro film con lui mi attirava, per di più si tratta ancora di un poliziesco, il genere di film che preferisco, per le opportunità che offre a un attore di studiare la realtà della strada, che è quella più vicina alla vita vera. È bello realizzare un film d’azione che affronti anche temi socio-politici. Antoine poi ha insistito per girare nelle strade di Brooklyn, ci siamo tuffati nel cuore di New York, e questo ha contribuito a una buona resa di certi ambienti.

C’è una lunga e gloriosa serie di film sui poliziotti corrotti. Sidney Lumet, con cui ha lavorato nel bellissimo “Onora il Padre e la Madre”, è uno dei registi di riferimento in tal senso. Ha preso quei film come modello?
Assolutamente sì, quelli sono stati i film con cui sono cresciuto. Ecco perché ho fatto con piacere molti film polizieschi, e a suo tempo ho accettato con grande onore di lavorare con Sidney. Ho un bellissimo ricordo di quell’esperienza, Lumet è davvero un fuoriclasse, un regista della vecchia scuola, un vero professionista.

A Venezia è venuto due anni fa come regista. Com’è tornarci da attore?
Fare l’attore per me è più urgente che dirigere, ma ogni tanto devo fare una pausa e dedicarmi ad altro: realizzare un film da regista è un’attività che dà molta carica.

Lei è anche molto attivo a teatro.
Sì, il teatro è un mestiere bellissimo, ed è molto più difficile e gratificante del cinema. Quello è lavoro duro: non c’è nessuno che aggiusta le luci per farti apparire senza difetti, nessuno ti porta il caffè, il trucco te lo devi fare da solo. È un allenamento eccellente per un attore, e se sono arrivato a questo punto è grazie al teatro.

I fan di “Prima dell’Alba” e “Prima del Tramonto” sicuramente aspettano un terzo episodio della storia di Céline e Jesse. Ha mai pensato di dedicarsi al terzo film ?
Mi stupirebbe sapere che i produttori non stanno pensando a un terzo capitolo. Certo bisogna fare i conti con le aspettative che si creano sempre con questo tipo di operazioni. Ma devo dire che effettivamente due o tre idee ce le abbiamo.

Oltre al cinema si dedica anche alla scrittura. Il suo secondo libro Mercoledì delle Ceneri ha entusiasmato la critica e i lettori. Sta scrivendo un terzo romanzo?
Cerco di scrivere con regolarità ma non è facile per me, non sono molto costante, specialmente dal punto di vista dei contenuti: continuo a flirtare con certe idee per molto tempo, ma poi non riesco a portare a termine il progetto.

Da qualche anno la sua vita privata non è più oggetto di gossip. Rimpiange di aver abbandonato il lato frivolo del suo mestiere d’attore?
Ho tanti rimpianti. Nessuno di questi però ha a che fare con la percezione che il pubblico ha della mia vita privata, non credo proprio, no. La questione del divismo che procura dipendenza è un fatto molto soggettivo. E dipende molto anche dall’età. Crescendo si capisce molto di se stessi e si acquista una fiducia in sé che non ha niente a che fare con l’immagine che i fotografi sbattono sui giornali.

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